Varare una Commissione di inchiesta sulle morti in carcere

Varare una Commissione di inchiesta sulle morti in carcere

Può sembrare poca cosa, ma avere dato un nome ai tredici detenuti morti dopo le rivolte, di cui ben nove del carcere di Modena, rappresenta un risultato significativo, come risposta alla coltre di silenzio che voleva coprire e dimenticare. La strategia dell’archiviazione della strage, perché di questo si è trattato, è fallita grazie alla tenacia del Comitato nazionale per la verità e giustizia e alle parole di Enrico Deaglio e all’inchiesta di Carlo Bonini.

Più di mezzo secolo fa, cinque giovani ammazzati dalla polizia ebbero l’onore di essere ricordati da una canzone che veniva cantata con rabbia ed emozione: Morti di Reggio Emilia…

Sarebbe bello che Gianfranco Manfredi e Ricky Gianco componessero un nuovo capitolo di una Spoon River italiana, da ricordare più dell’infelice motto “Andrà tutto bene”.

Il 9 marzo, si è svolto un lungo e intenso incontro a un anno dalla triste storia, in concomitanza con la richiesta di archiviazione del procedimento relativo a otto vittime.

Molti interventi hanno messo in luce le tante, troppe incongruenze, delle ricostruzioni fatte dall’amministrazione penitenziaria e dall’ex ministro Bonafede che rimarrà ricordato come il ministro perlopiù, l’avverbio usato in Parlamento per collegare le morti all’abuso di metadone.

La questione più inquietante è stata sollevata da Franco Maisto nella analisi rigorosa del documento del magistrato che intende chiudere il caso e soprattutto nell’interrogativo sulla opacità della linea di comando in quelle terribili ore e giornate, dalla direzione alla polizia penitenziaria, dal DAP al magistrato di sorveglianza. Nulla di simile si era mai verificato in vicende analoghe.

È stato ricordato naturalmente il caso della “macelleria messicana” di Bolzaneto e della Caserma Diaz.

A me pare che non vada trascurata la tragedia tutta femminile, del giugno 1989, accaduta nel carcere delle Vallette a Torino in cui morirono in un rogo, assurdo e inconcepibile, nove detenute e due vigilatrici. La causa era legata a sciatteria e non a una protesta e ricordo che mi precipitai nel carcere per capire e per manifestare dolore e solidarietà. Rammento questo episodio perché la volontà di cancellare la memoria e i nomi delle detenute si è riproposta recentemente, nel momento in cui si onorava solo il sacrificio delle custodi.

Legato strettamente è il pestaggio organizzato scientificamente e a freddo, nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000. Si trattò di una spedizione punitiva perché i detenuti di piccolo calibro e molti “tossicodipendenti” davano fastidio. Dopo il massacro furono effettuati i trasferimenti e di detenuti venivano caricati nei cellulari infilati nei sacchi dell’immondizia perché coperti di sangue ed escrementi, provocati dal terrore e dalla paura. Corpi trattati come cose.

Io ero sottosegretario alla Giustizia e quando venni a conoscenza del fatto gravissimo di violenza, lo resi pubblico bloccando la volontà di alcuni responsabili del DAP di coprire e nascondere. Non solo in quel caso, ma anche per la morte di Marco Ciuffreda, detenuto a Regina Coeli, deceduto nel 2000 senza essere stato assistito né in carcere né in ospedale, proprio come Stefano Cucchi; io scelsi sempre la strada della chiarezza contro le spinte all’omertà. Uno dei tanti casi colpevolmente dimenticati.

Per fortuna anche il Comitato cittadino continua in una opera di sensibilizzazione assai meritoria e il fronte giudiziario è ancora aperto grazie alla denuncia di cinque detenuti, coraggiosi e determinati.

Una particolare cura andrà riservata a Salvatore Piscitelli, Sasà, che ha lasciato un ricordo intenso in chi l’ha conosciuto.

L’evocazione di simboli come verità e giustizia può apparire azzardata, visti anche i tempi che viviamo e il buco nero per la cultura e la politica in cui siamo precipitati, ma qualche considerazione è possibile trarre da un caleidoscopio pieno di colori che emerge da questa storia.

 

Il sistema sanitario subalterno all’apparato di polizia

Diverse letture e tante chiavi di interpretazione. Partiamo dai fallimenti che colpiscono come schioppettate: prima di tutto il fallimento del servizio sanitario pubblico, che invece di rappresentare una garanzia per il diritto alla salute delle persone private della libertà e quindi nelle mani dello Stato, si è rivelato subalterno alle logiche militari dell’amministrazione penitenziaria sia nell’assistenza delle persone ferite, sia nella decisione dei trasferimenti, sia all’arrivo nelle nuove destinazioni.

Fallimento del sistema premiale, usato per governare il carcere e non per essere aderente allo scopo della risocializzazione. Un modello per i detenuti italiani e non per tutti, e inefficace per gli “stranieri”.

Fallimento della legge sulla droga, che riempie le carceri di consumatori di sostanze e di piccoli spacciatori per oltre il 50% delle presenze, ma a Modena (città non casualmente di Carlo Giovanardi, che da sottosegretario tanti danni ha fatto in materia di droghe con una scelta iperproibizionista), ancora di più. Il sovraffollamento è la fotografia di una detenzione etica ed etnica resa evidente dai 417 trasferimenti.

Fallimento dell’informazione, che ha accreditato che la rivolta fosse stata compiuta sotto la regia della mafia. Una bufala come la trattativa Stato-mafia che è costata il posto al capo del DAP, Francesco Basentini, non per aver mal governato la pandemia, ma per avere scarcerato centinaia di boss, accusa ovviamente falsa.

Fallimento, infine, della retorica della salute che in questa vicenda è stato l’ultimo parametro.

 Varare una Commissione d’inchiesta

Davvero i 13 sventurati sono morti per overdose, perché si sono attaccati ai flaconi di metadone come fosse champagne? Se è stata questa la causa, è ancora più grave rispetto all’ipotesi di percosse e violenze. Vuol dire che la disperazione è immensa e che la distruzione del carcere è legata a una insopportabilità delle condizioni di vita.

Questa rivolta non aveva un obiettivo, una piattaforma. L’assalto all’infermeria invece che all’armeria ha mostrato plasticamente che non c’era neppure l’idea della fuga e dell’evasione.

La relazione della Polizia penitenziaria del 21 luglio dipinge alla fine della devastazione un cortile pieno di persone disfatte dalla fatica e dagli oppiacei.

Che fare? Sono convinto che occorra chiedere alla neoministra Marta Cartabia di ricostruire con decenza la vicenda. Il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna potrebbe istituire una Commissione d’inchiesta sui fatti accaduti, tenendo conto che la responsabilità del servizio sanitario è della Regione e che la vicepresidente e assessore al welfare è Elly Schlein.

Le carceri da un anno vivono in un limbo, senza rapporti con la società, con le attività bloccate, i colloqui con i parenti sostituiti da skype o effettuati con il plexiglas che divide.

L’emergenza non può diventare la norma. Per questo occorre chiedere riforme che facciano immaginare un nuovo orizzonte di diritti, a cominciare dall’affermazione del diritto all’affettività e alla sessualità per le prigioniere e i prigionieri.

Va messa all’ordine del giorno anche la modifica dell’articolo 79 della Costituzione per ridare al Parlamento l’agibilità dell’uso, in situazioni motivate, dello strumento della amnistia e dell’indulto.

Molte persone durante questo anno di pandemia, colpite dal virus, sono morte in solitudine e anche i funerali si sono svolti dopo cremazioni forzate, senza la presenza di testimonianze e ricordi.

Per il carcere l’abbandono rischia di essere la realtà. Una volta si diceva che Pietà l’è morta.

I fatti di Modena ci obbligano a non rassegnarci.

 

* Comitato Scientifico della Società della Ragione



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