Afghanistan. Salta la conferenza di pace e l’agenza dettata dagli USA

Afghanistan. Salta la conferenza di pace e l’agenza dettata dagli USA

Niente più conferenza di pace. Non ora. Inizialmente programmata per marzo, posticipata a inizio aprile, poi al 16 dello stesso mese, infine fissata ufficialmente dal 24 aprile al 4 maggio 2021, la conferenza di pace che nei piani di Washington avrebbe dovuto condurre al consenso politico sulla fine della guerra afghana è stata cancellata.

IERI NE HA DATO ANNUNCIO Unama, la missione dell’Onu a Kabul, promotrice insieme ai governi di Turchia e Qatar. «Alla luce degli sviluppi recenti», recita il comunicato ufficiale, «e dopo estese consultazioni con gli attori coinvolti, è stato concordato di posticipare la conferenza». Si aspettano tempi in cui ci siano «condizioni migliori per un progresso favorevole». Ma una nuova data non c’è. Sicuramente, dopo la fine del Ramadan, a metà maggio. Sempre che si tenga.
È una nuova vittoria per i Talebani, almeno sul breve termine. E la sconfitta dell’offensiva diplomatica di Washington, in particolare del segretario di Stato, Antony Blinken. È stato lui, a inizio marzo, a inviare una lettera dai torni urgenti al presidente afghano, Ashraf Ghani, e ad Abdullah Abdullah, a capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale.

LA LETTERA DI BLINKEN, che indicava l’urgenza del momento, era una sorta di agenda dettata dall’esterno. Indicava i passaggi necessari, agli occhi di Washington, per rompere lo stallo diplomatico tra i Talebani e il fronte «repubblicano» di Kabul. Ci vuole una conferenza di pace, in fretta, e un governo di transizione che traghetti il Paese verso un nuovo quadro politico, così diceva Blinken. Ricevuta con malcelata insofferenza da Ghani, più volte pressato dagli americani affinché rinunciasse al palazzo presidenziale per un governo di «ampia coalizione», quella lettera incarnava una scommessa, dettata dall’esigenza di garantirsi un’uscita di scena meno disonorevole: portare a casa un accordo tra gli afghani, prima del ritiro delle truppe. Una scommessa persa. Una volta annunciato il ritiro dal Paese, che avverrà – così Biden – entro l’11 settembre e in modo incondizionato, cioè senza tener conto di ciò che avviene sul fronte militare o diplomatico, la già fragile cornice che teneva in piedi il processo di pace è saltata.

Per ora, provvisoriamente. Ma il colpo potrebbe essere letale. Sono valsi a poco i tentativi di Islamabad, Washington, Onu, Turchia e Qatar di convincere i Talebani, che hanno male accolto la decisione unilaterale di Washington di non rispettare l’accordo firmato a Doha nel febbraio 2020. Prevedeva il ritiro completo delle truppe americane entro l’1 maggio 2021. Biden si è preso invece altri 4 mesi circa. L’occasione buona per i Talebani per alzare la posta in gioca, tirare la corda, accusare Washington di non rispettare i patti. E rifiutarsi di partecipare alla conferenza di Istanbul.

PER GLI STUDENTI CORANICI è una vittoria chiara. Ma solo sul breve termine. Se dovessero continuare a tirare la corda, rifiutandosi di sedersi al tavolo negoziale, non otterrebbero quella patente di legittimità internazionale a cui ambiscono e di cui hanno bisogno. È su questo che punterà Washington. Mentre a Kabul il presidente Ghani, che ha tentato di mantenere il più a lungo possibile le truppe straniere nel Paese, ora si dice convinto che il ritiro è giusto e che è l’occasione per gli afghani per tornare a esercitare la sovranità in casa propria. Ai tanti che hanno paura, che temono un ulteriore intensificazione del conflitto, la spallata militare dei Talebani o l’emergere di nuovi e diversi attori stragisti, il tecnocrate che per 25 anni ha vissuto negli Usa risponde così: «chi ha paura, vada fuori dal Paese».

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto



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