Turchia.  «Il Kanal Istanbul è pericoloso»: incarcerati gli oppositori del progetto

Turchia.  «Il Kanal Istanbul è pericoloso»: incarcerati gli oppositori del progetto

A mezzanotte del 3 aprile è stata resa pubblica una lettera aperta di critica al mega progetto governativo del Canale di Istanbul. Ieri, con un’inchiesta lampo, dieci ex ammiragli turchi sono stati arrestati per averla firmata.

Facciamo un passo indietro: il presidente Erdogan ha un pallino fisso, aprire un canale a sinistra del Bosforo per incrementare il flusso commerciale dal Mar Marmara a sud di Istanbul e il Mar Nero a nord. Ci pensa dal 2011. Non è solo un pensiero, è già in parte realtà: a fine marzo il governo ha approvato il piano.

Il «folle progetto», così definito dallo stesso Erdogan che lo considera uno tra i più strategici dei suoi mega piani infrastrutturali, sta per partire, almeno a sentire il ministro dei trasporti Karaismailoglu: «Poco tempo e la costruzione comincerà».

Il Kanal Istanbul, in stile Suez e Panama, avrebbe una lunghezza di 45 km e un costo stimato di 9,2 miliardi di dollari. Permetterebbe il transito di 160 navi al giorno, alleggerendo il Bosforo, tra i più affollati del mondo (53mila navi l’anno, contro le 19mila di Suez).

La lista dei dubbiosi è lunga, quasi quanto quella delle criticità. Ingegneri, ambientalisti, attivisti, alti funzionari militari in pensione, lo stesso sindaco Imamoglu non lo vogliono e protestano da un bel po’. Per tanti motivi diversi.

La costruzione del canale e il piano urbanistico – decisi violando le regole, senza consultare ong, associazioni, comitati di quartiere che temono già un boom di bustarelle – avrebbe effetti significati su una città da 15 milioni di abitanti.

Provocherebbe un decremento notevole nell’approvvigionamento di acqua potabile e ridurrebbe al minimo l’ultima area verde di Istanbul, i 350 ettari della foresta della promessa del sultano Mehmet II, una volta presa Costantinopoli: «A chiunque taglierà un ramo della mia foresta, taglierò la testa».

Un ecocidio, lo definì al National Geographic tre anni fa Cihan Basyal, accademico e membro del Northern Forests Defense, a cui si aggiungerebbe il trasferimento forzato di decine di migliaia di residenti di Istanbul e la perdita di sostentamento per contadini e pescatori.

Al loro posto grattacieli e residenze di lusso, che hanno già fatto impennare i prezzi delle abitazioni (da 25 dollari al metro quadro a 800). Già nel 2013 i residenti denunciarono il governo per gli espropri subiti e i risarcimenti troppo bassi, senza successo.

Infine, ed è qui che risiede la preoccupazione dei 104 ex vertici della Marina, violerebbe la Convenzione di Montreux. O meglio, la bypasserebbe perché quel trattato copre solo lo stretto dei Dardanelli e il Bosforo. Lo ha detto Erdogan lo scorso gennaio: «Non preoccupatevi, (il canale di Istanbul) è del tutto fuori da Montreux».

Firmata nel 1936, la Convenzione garantisce il transito di navi civili nei due passaggi di mare sia in tempo di pace che di guerra e limita l’accesso delle navi militari di paesi terzi. Secondo i firmatari della lettera aperta, Montreux ha permesso alla Turchia di restare neutrale durante la Seconda guerra mondiale, evitando da un conflitto devastante per una nazione appena nata.

Ma il Kanal Istanbul apre nuovi scenari. A preoccupare gli ex ammiragli, è la riduzione della sovranità turca e la possibile militarizzazione del Mar Nero con tutto quel che ne consegue in termini di tensioni internazionali, soprattutto con la Russia che su quel lago si affaccia e che con Ankara mantiene un rapporto di alleanza-rivalità sempre sul punto di collassare.

La presa di posizione (che è seguita a una lettera simile firmata il 2 aprile da ben 126 ex ambasciatori turchi) non è piaciuta al governo né a una magistratura sempre più erdoganizzata: il procuratore capo di Ankara ha subito aperto un fascicolo e un giorno dopo 10 ammiragli in pensione finivano in manette e altri quattro venivano convocati per essere interrogati. Sono accusati di aver minato alla sicurezza dello Stato e all’ordine costituzionale. Hanno immediatamente perso la pensione, annullata ieri.

Esponenti del governo e lo stesso presidente si sono spesi in condanne aspre dell’iniziativa: «È un golpe politico», ha detto Erdogan. Eppure tra gli arrestati ci sono nazionalisti di ferro, come Cem Gurdeniz, il teorico della Patria Blu, ovvero della dottrina – resa pratica da Erdogan – di ampliamento delle acque territoriali turche nell’Egeo a scapito di Cipro e della Grecia.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



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