Iraq. Attivisti in piazza Tahrir per chiedere giustizia, la polizia spara e uccide ancora

by Chiara Cruciati * | 26 Maggio 2021 9:19

BAGHDAD. Solo un ponte divide piazza Tahrir dalla Zona Verde di Baghdad, i manifestanti dal governo. In mezzo un cordone di poliziotti antisommossa presidia il ponte Jumhuriya sul Tigri, dall’ottobre 2019 all’estate successiva luogo dello scontro più brutale. Da una parte c’era il presidio permanente della «October Revolution», dall’altra l’autorità. Il 31 ottobre scorso il presidio e l’autogestione della piazza sono stati cancellati, le tende rimosse e il palazzo del Turkish Restaurant svuotato.

Ieri piazza Tahrir si è riempita di nuovo, mentre internet saltava e le principali vie di comunicazione venivano chiuse da blocchi improvvisati della polizia. Giovani, donne, anziani, bambini sono arrivati alla spicciolata dalla tarda mattinata, a Tahrir e in altre piazze della città, come al-Nisour.

In comune hanno la posizione, strategica: bloccarle significa bloccare Baghdad, il traffico sì ma anche l’ingresso spedito e sicuro alla Zona Verde, ai ministeri, al parlamento. Ritrovarsi qui è il modo per fare pressione sul governo e per attirare l’attenzione delle ambasciate straniere, anche loro barricate in Green Zone.

Fin dalla mattina pullman pieni di attivisti partiti dal sud hanno raggiunto la capitale, sui cofani hanno scritto chi erano: “I ribelli di Nassiriya”, “I ribelli di Essaouira”. «Hanno fatto ore di viaggio per arrivare qui – ci dice Y. – Non torneranno indietro stasera. Proveranno a riformare il presidio e la polizia glielo impedirà. Temiamo scontri».

Che sono arrivati, puntuali e durissimi, dopo il tramonto: l’esercito si ritira e la polizia anti-sommossa occupa la piazza e spara sulla folla lacrimogeni, granate stordenti e proiettili, numerosi i feriti portati via a spalla, uno di loro ha il volto coperto di sangue. Si parla di due, forse cinque morti. I manifestanti danno fuoco ai cassonetti e a qualche veicolo blindato, lanciano pietre. In tanti scappano dai manganelli e il fumo acre dei gas.

La chiamata alla piazza era giunta da organizzazioni e movimenti sotto lo slogan «Who killed me?», chi mi ha ucciso. La domanda senza risposta di 35 attiviste e attivisti iracheni uccisi negli ultimi mesi, omicidi mirati che stanno insanguinando il sud ma non hanno colpevoli. Ieri gli iracheni hanno chiesto verità e giustizia. Vogliono sapere chi è stato, vogliono che i responsabili siano processati.

Una richiesta che giunge mentre il governo è impegnato a organizzare le elezioni del prossimo 10 ottobre, tra le chiamate al boicottaggio di tantissimi attivisti e gruppi che puntano in un flop dell’affluenza per dimostrare che quest’autorità, così com’è, è fallita.

«L’obiettivo è il Turkish Restaurant. Chi controlla quel palazzo, controlla l’intera piazza e l’accesso alla Zona Verde – ci spiega H. – È molto alto ed è sul fiume. Per questo è stato subito occupato dai manifestanti nell’ottobre 2019: negli anni passati la polizia entrava lì e sparava dall’alto sulle proteste».

L’edificio, sventrato e inutilizzato da anni, era stato trasformato in presidio permanente: si dormiva qui, ci si riposava, si organizzavano i turni dei soccorsi e della distribuzione del cibo. Ora di fronte c’è un grande cartello che sponsorizza il progetto governativo di un museo della rivoluzione: «Non è tanto una presa in giro politica, ma un pericolo: vogliono toglierlo ai manifestanti».

Fa buio e la protesta si intensifica, cambia il clima rispetto a qualche ora prima. Nel pomeriggio gli agenti antisommossa erano ovunque, ma immobili. Qualcuno di loro aveva aperto un ombrellone per ripararsi dal sole, mentre un carro con a bordo giovani e bandiere irachene faceva il giro della piazza e i megafoni parlavano ai poliziotti: «Siete nostri fratelli, unitevi a noi».

In tanti avevano in mano un cartello con il volto di un attivista ucciso, in uno c’era anche Hussein, nipote di Maometto e figlio di Ali: fu decapitato durante la battaglia di Karbala del 680 d.C, la sua morte scatenò una ribellione che fece crollare il califfato omayyade. «Per gli sciiti è il simbolo della rivolta», ci dicono.

Era di Karbala Ihab al-Wazni, ucciso il 9 maggio scorso. Noto attivista, è stato ammazzato da uomini armati a bordo di una motocicletta nella sua città. Come lui ne sono stati uccisi altri 34, 82 in totale i tentativi di omicidio mirato. A un attentato dinamitardo a Nassiriyah è sopravvissuto, pochi giorni fa, Imad al-Aqili: lui è tra 48 attivisti che hanno scampato la morte in questi mesi, è ricoverato in ospedale.

Per questo il sud ribolle da settimane: a un anno e mezzo dall’inizio delle proteste contro il sistema di potere settario, le diseguaglianze sociali ed economiche e le interferenze esterne, l’unico obiettivo raggiunto dai manifestanti sono state le dimissioni dell’allora primo ministro Adil Abdul-Mahdi, nel maggio 2020.

Al suo posto è stato nominato Mustafa al-Kadhimi: al movimento popolare ha promesso giustizia per gli oltre 750 manifestanti ammazzati (18mila i feriti) nelle piazze del paese nei primi tre-quattro mesi della protesta, ma a oggi le inchieste non hanno condotto a risultati.

Il ricorso alla forza, l’utilizzo dei candelotti lacrimogeni come proiettili sparati alla testa e al petto, l’infiltrazione dei gruppi paramilitari sciiti e la sparizione forzata di decine, centinaia di manifestanti non sono stati mai oggetto di dibattito e un alone di impunità ha ricoperto i fatti di quei mesi.

«Ora usano un nuovo metodo, la sparizione forzata – ci spiega la giovane Z. – Se manca il corpo, non è necessario indagare, è questa l’idea. È un metodo alternativo per silenziare la protesta. Ma che differenza c’è con la morte?».

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto[1]

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