Israele bombarda anche i testimoni: distrutto il palazzo della stampa, a Gaza sterminata una famiglia

by Michele Giorgio * | 16 Maggio 2021 10:03

GERUSALEMME. Come nel 2008, nel 2012, nel 2014. E ora nel 2021. Gaza sotto attacco è una storia di case e palazzi che in un attimo diventano polvere. E di uomini, donne e bambini che, sempre in un attimo, perdono quel poco che hanno, spesso anche la vita. Durante il giorno il portavoce dell’esercito israeliano aggiorna più volte l’elenco degli «obiettivi» di Hamas e dei suoi alleati colpiti dall’aviazione: comandi di intelligence, abitazioni di capi militari e politici, rampe di lancio di razzi, unità mobili e via dicendo. E dell’eliminazione fisica di uomini di Hamas, Jihad e altre organizzazioni. Ripete che quasi tutti morti palestinesi da lunedì scorso erano miliziani armati. E invece nelle ore successive a quei comunicati ci ritroviamo a scrivere storie di civili uccisi e feriti e di edifici di dieci o quindici piani che colpiti da missili crollano accartocciandosi. Civili come la famiglia Abu Hatab, annientata in gran parte nella notte tra venerdì e sabato da una bomba che ha centrato in pieno una palazzina di tre piani nel campo profughi di Shate. Peraltro questa campagna aerea devastante «contro i terroristi» sembra aver soltanto scalfito le capacità di Hamas e dei suoi alleati di lanciare razzi (almeno 2300 fino a ieri). Ieri le sirene dell’allarme sono riecheggiate incessanti in tutto il centro e il sud di Israele: a Tel Aviv, Rishon Lezion, Ramat Gan, Bat Yam, Holon, Petah Tikva, Ramat HaSharon, Sderot, i sobborghi di Gerusalemme, le cittadine adiacenti a Gaza e persino in alcuni insediamenti coloniali in Cisgiordania. In un filmato girato sulla spiaggia di Tel Aviv si vedono dozzine di persone correre verso i rifugi con il sottofondo delle sirene. Il sistema di difesa Iron Dome è entrato in azione ma non ha fermato un razzo che colpito un palazzo. I soccorritori vi hanno poi trovato morto un uomo sulla cinquantina, l’ottava vittima in Israele da lunedì scorso.

I palestinesi di Gaza non hanno rifugi dove cercare salvezza. Ma il piccolo Omar Abu Hatab, 5 mesi, non ha allungato con il suo nome il triste elenco degli uccisi dai bombardamenti israeliani. Dalle rovine della palazzina di Shati lui è uscito vivo, quasi illeso, per uno di quei miracoli che la natura e il caso talvolta ci regalano. In rete sono girate le immagini del padre Mohammad che lo bacia e lo accarezza nel letto d’ospedale dove i medici lo hanno tenuto in osservazione. Mohammed ha raccontato che sua moglie, Maha, 36 anni, e cinque figli erano andati a far visita ai parenti per la festa islamica dell’Eid al-Fitr. Avevano deciso di passare la notte lì per prudenza, a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti. Poi è arrivato un missile ed è stato un massacro. Sono morti Maha e altre otto persone, sette delle quali tra i cinque e i 15 anni. Una fine simile è toccata a un uomo nel campo profughi di Al Burej.

Da ieri a Gaza non c’è più l’ufficio della tv qatariota Al Jazeera e neppure quello dell’agenzia statunitense Ap. Sono svaniti assieme a decine di appartamenti della Torre al Jalaa abbattuta dall’aviazione israeliana. Quel palazzo era conosciuto da tutti proprio per la presenza di al Jazeera. Chi scrive, come altri giornalisti stranieri, è stato più volte nel «palazzo dei media». Per far visita al collega Safwat Kahlout, fonte preziosa per chiunque voglia capire cosa accade nella Striscia. «Stavo per raggiungere l’ufficio per il mio turno in redazione – ci raccontava ieri Kahlout – quando mi hanno chiamato per dirmi che gli israeliani avevano telefonato a un nostro vicino intimandogli di lasciare assieme a tutti gli altri il palazzo entro un’ora. E in una seconda telefonata hanno aggiunto che chiunque avesse provato a rientrare nell’edificio sarebbe stato ucciso subito. Le famiglie hanno preso quel poco che potevano e si sono precipitate per le scale in preda al panico. Noi di al Jazeera abbiamo perduto tutto ma grazie all’aiuto di colleghi di altre tv stiamo svolgendo ugualmente il nostro lavoro».

Al Jazeera ha condannato con forza il bombardamento della Torre al Jalaa e la distruzione dei suoi uffici. «Chiediamo alla comunità internazionale di condannare tali azioni barbare contro i giornalisti – ha protestato Mustafa Souag, direttore generale di Al Jazeera -, lo scopo di questo crimine atroce è mettere a tacere i media e nascondere la carneficina e la sofferenza della popolazione di Gaza». Negli stessi minuti la Casa Bianca ha timidamente ammonito che «La sicurezza dei media è una responsabilità essenziale». Immediata la replica delle forze armate israeliane. La Torre al Jalaa, hanno sostenuto, veniva usata dall’intelligence di Hamas e ospitava altri uffici di Hamas e del Jihad islami. E il premier Netanyahu parlando con Joe Biden al telefono ha sostenuto che Israele «fa di tutto per evitare di colpire persone non coinvolte». Quindi ha ringraziato il presidente americano per il sostegno «incondizionato al diritto dello Stato ebraico di difendersi». Non stava minacciando nessuno la giornalista Rima Saad, di 30 anni, al quarto mese di gravidanza, quando all’1.30 di mercoledì notte è stata uccisa da una bomba caduta sulla sua abitazione a Tal al Hawa, a sud di Gaza City. Oltre a lei, sono morti il marito Mohammed al Telbani e il figlio Ziad di 5 anni. Si è salvata solo Mariam, 3 anni. Ieri fino alle 18, erano 140 i morti palestinesi tra i quali 39 ragazzi e bambini e 22 donne. 1038 i feriti. Per Israele comunque è troppo presto per andare al cessate il fuoco, lo spiegava ieri la tv Canale 12.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto[1]

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