Palestina. Il silenzio è complice dell’orrore

Palestina. Il silenzio è complice dell’orrore

Siamo sull’orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall’altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate.

Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l’hanno.

Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale. Che triste impressione invece la presenza di Letta insieme a Salvini dal palco del Portico d’Ottavia della Comunità ebraica, tutti uniti a nascondere le responsabilità d’Israele e i diritti cancellati dei palestinesi insieme all’estrema destra italiana sodale di Orbán e Netanyahu – provi il neosegretario del Pd, se non ha vergogna, a proporre nel questionario che ha avviato nel suo partito la domanda su cosa pensa la base della crisi israelo-palestinese.

E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull’orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c’è né l’una né l’altra. Come dimostra in queste ore il ruolo di Biden.

«Israele ha diritto a difendersi, ma attenzione alle vite dei civili, torni la calma», queste in sintesi le dichiarazioni della Casa bianca e di Biden stesso che, «preoccupato» invia, per mercoledì – a cose fatte, visto che Tel Aviv prepara l’intervento di terra – un sottosegretario esperto di Medio Oriente, e ci sarebbe pure una telefonata ad Abu Mazen perché «si fermino i lanci di razzi da Gaza».

C’è da rimanere esterefatti da tanta ignoranza e protervia. Ma come fa Biden a trovarsi impreparato, come se non ne sapesse nulla quando in campagna elettorale e poi nei primi 100 giorni di potere, ha confermato la scelta incendiaria di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, considerandola così anche lui – contro il diritto internazionale che dice che quella è una città condivisa da due popoli, anche da quello palestinese, e da tre religioni – di fatto capitale esclusiva di uno Stato come Israele che con le sue leggi sulla nazionalità si definisce ebraico, come Stato dei soli ebrei.

È questa decisione scellerata che premia l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e che ha alimentato le marce dell’estrema destra israeliana di Levaha parafascista al grido di «morte agli arabi» nei giorni che hanno preceduto la rivolta della Spianata, che ha preparato la «marcia delle bandiere» la celebrazione della riconquistata capitale, e che ora esplode come un bubbone nelle città miste d’Israele stessa.

È sempre questa decisione che legittima istituzionalmente le espulsioni dei palestinesi dalle loro case dei quartieri di Gerusalemme Est per darle ai coloni. Si chiama pulizia etnica.

Del resto di che sorprendersi, così si porta a termine l’espulsione definitiva anche nel luogo più simbolico, dove i militari israeliani sparano, in pieno Ramadan, come in un tiro segno. Infatti nella Cisgiordania occupata centinaia di insediamenti dei coloni integralisti hanno espulso così tanti palestinesi dalla loro terra che non esiste più la continuità territoriale perché nasca uno Stato palestinese – senza dimenticare il Muro, lo sradicamento violento delle colture, l’abbattimento delle case, i posti di blocco che spezzano la vita, la repressione quotidiana con uccisioni che non fanno notizia nei media occidentali, le migliaia di detenzioni arbitrarie.

È un regime di apartheid – legga Biden il saggio Apartheid scritto dal suo predecessore Jimmy Carter sulla condizione dei palestinesi se non vuole ascoltare Human Right Watch, Amnesty International e i Rapporteur dell’Onu come Richard Falk che dicono che il governo d’Israele deve essere processato per questo regime imposto alla popolazione palestinese. «Israele ha diritto di difendersi», ma quante volte in questi ultimi tre anni l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi «militari» e colpendo impunemente civili in Siria – dove la guerra all’Isis non è ancora finita -, e quante volte con una «guerra coperta» ha attaccato obiettivi civili e istituzionali in Iran? «Attenti alle vittime civili», ma nei due tre mesi precedenti alla rivolta della Spianata, quanti giovani e padri di famiglia palestinesi sono stati uccisi magari solo per un falso movimento ad un check point militare?

Diciamolo chiaramente: se Biden mantiene la decisione di Trump sappia almeno che è incendiaria, e cominci a stupirsi di meno.

Perché se «Israele ha diritto di difendersi», chi difende i palestinesi che sono occupati militarmente? Non lo fanno più i Paesi arabi dei quali i palestinesi non si fidano più, e che sono in rotta di collisione con i loro popoli figuriamoci con chi vive sotto occupazione in Cisgiordania. Eppure, anche per effetto di questa crisi e non certo per la sofferta riattivazione degli accordi sul nucleare civile iraniano, sta vacillando quel Patto di Abramo voluto da Trump che mirava a cancellare i palestinesi.

Non lo fa l’Unione europea e nemmeno quell’Europarlamento sempre pronto sui diritti umani a senso unico. Non lo fa nessuno.

Lo fa con azioni militari a dir poco controproducenti, Hamas. Che non ci piace, non ci piace il suo fondamentalismo religioso, i suoi rapporti con Turchia e Qatar che opprimono altri popoli. Ma lo fa, e agli occhi dei palestinesi conta.

Se è vero poi che Biden ha telefonato ad Abu Mazen «perché fermi i lanci di razzi da Gaza» è a dir poco allucinante. Abu Mazen non ha certo questo potere. Hamas è cresciuta sulle disfatte dell’Anp e della laica Al Fatah di fronte alle false promesse occidentali e alla negazione degli accordi Oslo 1993, rimessi subito in discussione nel ’95 con l’uccisione, da parte di un integralista ebreo, del premier Rabin che li aveva firmati con Arafat e Clinton; Hamas vinse le elezioni in tutta la Palestina non solo a Gaza nel 2006 e probabilmente le avrebbe ri-vinte in questo mese se le elezioni fossero stata confermate. Comunque ora invece di un Stato palestinese – l’altro, lo Stato d’Israele, c’è più forte che mai e con uno degli eserciti più e agguerriti della Terra – abbiamo frantumi di terra occupata da nuovi insediamenti subito diventati avamposti militari israeliani, lanciati ad ogni piè sospinto da ogni governo israeliano con il campione Netanyahu in testa.

Il mondo laico palestinese è in declino e se la scomparsa della sinistra da noi è un bel problema, in Israele e in Palestina è una tragedia. È questo disastro e fallimento che alimenta il protagonismo di Hamas. E poi guardiamo in faccia la realtà: non è un caso che in piazza ci siano i giovani palestinesi che appartengono alla generazione post-accordi di Oslo. Ora per di più il giornalismo tace. È morto dentro il suo silenzio.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto



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