Transparency International: sui vaccini troppi omissis per trial clinici e contratti

Transparency International: sui vaccini troppi omissis per trial clinici e contratti

Lo sviluppo dei vaccini anti-Covid non è stato finora un processo trasparente. Non lo sono i risultati delle sperimentazioni, i contratti di acquisto e i costi sostenuti da governi e istituzioni internazionali per spartirsi le dosi disponibili. Ad affermarlo è un rapporto pubblicato ieri dall’Ong tedesca “Transparency International” intitolato For Whose Benefit? Transparency in the development and procurement of Covid-19 vaccines. Ma la trasparenza non è solo un antidoto alla corruzione: l’opacità intorno allo sviluppo dei vaccini, ci accorgiamo a nostre spese, è uno dei fattori che alimenta a tutte le latitudini la diffidenza nei confronti delle vaccinazioni.

L’analisi della Ong riguarda le informazioni disponibili su 20 vaccini anti-Covid-19 il cui sviluppo è già completo o si trova nella fase 3 della sperimentazione, l’ultima prima dell’autorizzazione. La scarsa trasparenza dei vaccini si rileva innanzitutto sul piano scientifico. Gli analisti di Trasparency International osservano che su 86 “trial clinici” (i test sull’efficacia di un vaccino), solo nel 12% dei casi le aziende farmaceutiche hanno reso pubblico il protocollo. Dunque, conclude il rapporto, per l’88% dei vaccini inclusi nell’analisi «non disponiamo dei dettagli importanti su come questi studi siano stati condotti». Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) prescrive di pubblicare i protocolli contemporaneamente ai risultati, in modo da poterli interpretare correttamente.

Ma nemmeno i risultati delle sperimentazioni sono resi pubblici, nella maggioranza dei casi. «I risultati sono stati comunicati per il 45% di tutti i trial registrati inclusi nell’analisi» si legge nel rapporto. «Di questi, per il 41% manca un’analisi dei dati pubblicati nella letteratura scientifica. Di tali studi conosciamo solo dati sommari forniti attraverso comunicati aziendali, conferenze stampa o resoconti giornalistici, con il minimo indispensabile dei dati».

D’altronde, nessuno vincola le aziende a pubblicare i risultati delle sperimentazioni di farmaci e vaccini. «Le case farmaceutiche possono presentare i loro dati nel modo più favorevole, oppure non rendere pubblici i dati» spiega la Ong. «L’enorme pressione per sviluppare rapidamente farmaci e vaccini, e i soldi destinati ai prodotti che si rivelano efficaci, non fanno che aumentare i rischi» di comunicazioni manipolatorie. Infine, anche sui contratti di acquisto firmati dai governi con le aziende si sa pochissimo. Sui 182 accordi economici esaminati dal rapporto, solo il 6% dei contratti sono stati pubblicati attraverso i canali tradizionali (cioè non attraverso fughe di notizie o scoop giornalistici) e solo uno è stato divulgato nella sua versione integrale. Gli altri, infatti, presentano molti “omissis”, parti dell’accordo destinate a rimanere riservate. Anche leggendo i contratti pubblicati, è difficile conoscere il valore complessivo degli acquisti, il prezzo per dose, il piano delle consegne. Unica eccezione positiva: il vaccino Johnson & Johnson. Non sono pubblici nemmeno gli accordi tra le principali aziende (Pfizer, Moderna, AstraZeneca) e il programma Covax dell’Oms, che mira a portare nei paesi poveri due miliardi di dosi di vaccino. Il motivo ufficiale, secondo la versione delle aziende farmaceutiche e dei governi, è che «la pubblicazione potrebbe rivelarsi dannosa per i futuri accordi» in quanto «potrebbe rivelare informazioni proprietarie».

Senza i termini dei contratti, però, diventa difficile spiegare il costo dei vaccini per i vari governi. Il prezzo per dose è uno dei fattori decisivi nel determinare l’accessibilità dei farmaci e dei vaccini alla popolazione. Ci si aspetterebbe che nei paesi con maggiore potere di acquisto, il prezzo dei vaccini sia più alto che nei paesi più poveri. Sulla base delle informazioni raccolte attraverso varie fonti (il prezzo ufficiale dei vaccini è quasi sempre secretato dai governi) invece emerge un paradosso: non sono i paesi più ricchi, come Unione europea e Stati uniti, quelli che pagano il prezzo maggiore. Una dose del vaccino AstraZeneca, che l’azienda sostiene di vendere a prezzo di costo, vale circa 4 dollari in India e Ue, e sei dollari negli Usa. Ma il prezzo sale a otto dollari in paesi poveri come Bangladesh e Nepal e in Sudafrica supera addirittura i dieci dollari.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto



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