Vaccini. Moratoria sui brevetti, l’Europa rimane divisa e temporeggia

Vaccini. Moratoria sui brevetti, l’Europa rimane divisa e temporeggia

PARIGI. Quando ci sarà una posizione comune della Ue sui brevetti dei vaccini anti-Covid? L’unica cosa certa, oggi, è che la Ue non si presenterà alla riunione alla Wto (8-9 giugno) su questa questione con una linea definita. Il Parlamento europeo, che ha discusso ieri mattina per preparare una posizione condivisa, non voterà in questa sessione e ha rimandato tutto alla plenaria del 7-10 giugno. Nel frattempo, l’apartheid vaccinale si sta mettendo in atto. Per il gruppo S&D (socialisti), i vaccini sono «beni pubblici», bisogna levare le barriere commerciali e imporre la trasparenza nei contratti con Big Pharma. La sinistra Gue denuncia che il 50% delle capacità di produzione di vaccini nel mondo non sono utilizzate, mentre i paesi ricchi, con il 16% della popolazione hanno concentrato finora il 90% delle dosi.

LA DIRETTRICE GENERALE della Wto, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala conferma: Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Sud Africa, Senegal possono produrre se i brevetti sono condivisi. La direttrice generale chiede ai grandi produttori farmaceutici di avere «uno sguardo onesto» sulla situazione. «Il finanziamento pubblico ha permesso di trovare i vaccini», incalzano i Verdi che premono per la sospensione dei brevetti per evitare «il disastro» che si prepara nel sud del mondo. Contro, invece, il Ppe, che insiste sul ruolo che ha avuto la ricerca privata e teme una destabilizzazione della produzione con la fine della protezione dei brevetti. I centristi di Renew, d’accordo sull’idea di levare i brevetti a medio termine, insistono sull’urgenza, che è l’esportazione di vaccini. L’Europa ha esportato finora 200 milioni di dosi, la metà della sua produzione, Renew chiede che, al di là delle belle parole di Joe Biden, gli Usa (e la Gran Bretagna) facciano lo stesso, subito.

TRA GLI STATI UE non c’è unità, la Germania continua a frenare (difende la sua industria), mentre al summit internazionale per il rilancio dell’economia in Africa, martedì a Parigi, Emmanuel Macron si è dichiarato favorevole alla liberalizzazione dei brevetti. Ma tra il dire e il fare c’è grande distanza. Nel documento finale del summit per l’Africa si afferma infatti che «nell’immediato la priorità assoluta è sviluppare la produzione». Per Macron, la questione è «sviluppare la produzione in Africa nelle prossime settimane», favorendo partnership finanziarie e industriali. L’azione immediata resta però l’export, che potrebbe far aumentare dal 20 al 40% il numero di vaccinati in Africa (oggi solo l’1,3% della popolazione). Biden ha promesso l’esportazione di 80 milioni di dosi entro fine giugno, annullando così il Defense Production Act di Donald Trump, che aveva riservato agli statunitensi l’assoluta priorità.

Nel cuore di questo approccio resta Covax, il trasferimento di dosi ai paesi poveri, di cui la Ue è il principale contribuente, ma adesso c’è l’ostacolo del Serum Institute indiano, principale produttore per Covax: l’India in crisi ha bloccato l’export da marzo e potrebbe riprendere solo «entro fine anno». Covax ha dato vaccini ai Palestinesi, mentre Israele, considerato il campione mondiale della vaccinazione rapida, non ha dato dosi nei territori occupati, invocando i trattati di Oslo (la sanità è questione “nazionale”, anche per chi non ha uno stato), ma contravvenendo la Convenzione di Ginevra (che obbliga un occupante a farsi carico della salute delle popolazioni sottomesse).

Le grandi case farmaceutiche continuano a rifiutare la sospensione dei brevetti. Affermano che non ci sono problemi di produzione. Vedono malissimo l’accordo concluso dalla canadese Biolyse per produrre 15 milioni di dosi di vaccini in Bolivia, grazie a un meccanismo di licenza obbligatoria, e frenano decisamente contro le proposte di Incepta del Bangladesh, Teva in Israele, Bavarian Nordic in Danimarca, industrie che si dicono pronte a produrre se viene tolto l’ostacolo dei brevetti.

CONTINUA ANCHE la confusione sul coronapass europeo, per permettere la libera circolazione nella Ue, oggi ostacolata fortemente dall’addizione di misure nazionali. Il certificato dovrebbe entrare in vigore il 17 giugno, ma c’è l’ostacolo di un forte disaccordo tra Parlamento europeo o stati membri (sulla gratuità dei test, sulle dosi, sulle marche dei vaccini ecc.). La Grecia va avanti da sola per accogliere i turisti, la Danimarca ha già il suo coronapas, l’Olanda sta per varare un coronacheck nazionale, l’Ungheria vuole far riconoscere la sua card che evita di menzionare quale vaccino è stato fatto (Budapest ha approvato Sputnik e Sinopharm). Francia, Svezia, Lussemburgo, Croazia e Austria hanno testato la compatibilità dei rispettivi pass nazionali, con identificazione dei test e delle attestazioni di vaccinazione, per evitare truffe.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto



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