Addio Guglielmo. Cresce la domanda globale di democrazia, libertà e diritti

Addio Guglielmo. Cresce la domanda globale di democrazia, libertà e diritti

Vogliamo ricordare con affetto Guglielmo Epifani, già segretario generale della CGIL, scomparso oggi, ripubblicando la Prefazione da lui scritta per il nostro Rapporto sui Diritti Globali 2005. Epifani era a tutt’oggi membro del Comitato Scientifico del Rapporto, realizzato dall’Associazione Società INformazione e promosso dalla CGIL

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Questo è il terzo Rapporto sui diritti globali e questo conferma il successo che incontra – anno dopo anno – questa pubblicazione che riassume il pregio di essere una summa, una sintesi di tutti i temi attinenti ai diritti, alle loro violazioni in tutti i campi della vita civile, economica, sociale e istituzionale che riguardano l’intero pianeta.

Un Rapporto unico

Una pubblicazione originale che non ha riscontri in nessuna altra pubblicazione, né nazionale, né europea, né mondiale e che di anno in anno si preoccupa di allargare e qualificare la sfera dei propri interventi e delle proprie narrazioni.

Quest’anno – ad esempio – la novità più significativa è l’apertura a due nuovi diritti: quello relativo all’informazione, tema naturalmente non nuovo ma che si pone sempre più come una delle grandi questioni della Carta dei diritti dell’Età moderna, sia che si rifletta al problema delle differenze derivanti dal digital divide, o al rapporto che lega e che fonda l’informazione, come la si comunica, come si costruiscono le condizioni di fruirla, e le scelte democratiche che attengono alle responsabilità individuali e a quelle collettive.

Il secondo tema è quello relativo ai diritti alla città, in modo particolare con una relazione molto stretta al diritto alla casa, alle condizioni in cui in molte parti del Paese, ma anche del mondo, si vive. Penso agli immigrati, ai poveri che vivono troppo spesso in condizioni davvero disumane e disagiate. Per arrivare ai temi della gestione del territorio e alla partecipazione.

Tragedia e simbologia dello tsunami

Se si riflette su quello che ci consegna l’anno trascorso, si confermano le tendenze che avevamo letto nell’anno precedente. Una guerra che è ancora aperta, l’accentuarsi di focolai in molte parti del mondo, la riduzione di ruolo e spazio della governance democratica mondiale, a partire dalle difficoltà in cui si imbatte il ruolo dell’ONU, mentre si afferma in maniera impetuosa – con tutto il suo carico di problemi e di contraddizioni e di opportunità – la globalizzazione dell’economia, con i riflessi che vediamo tutti. Da questo punto di vista ci sono due temi su cui varrebbe la pena, in una introduzione, soffermarsi.

Il primo è quello relativo alla grande tragedia dello tsunami che è riuscito nella sua simbologia a tenere dentro di sé la grande forza della comunicazione visiva al tempo moderno e ha visto l’emergere in maniera straordinaria della contraddizione tra la centralità e la forza dell’homo faber, delle sue costruzioni umane e la forza della natura. L’altro aspetto è costituito dalle condizioni di povertà, sottosviluppo se non di sfruttamento, in cui vivono popolazioni intere che si affacciano sull’Oceano Indiano.

La tragedia dello tsunami ha anche fatto vivere uno straordinario, emotivo e grandissimo sentimento di pietà e di dolore collettivo. È come se quella realtà avesse aperto gli occhi a miliardi di persone nel nostro continente. Naturalmente c’è il rischio che il tempo e la memoria cancellino la forza evocativa di quelle situazioni e di quei messaggi.

La Cina come metafora

Il secondo tema, non nuovo, ma che si impone sempre più, è il cosiddetto fenomeno della Cina. La Cina temuta, la Cina odiata, la Cina rispettata, la Cina che incute molti interrogativi sul futuro.

In realtà, la Cina può essere portata come metafora di tante cose: di come una nazione possa imboccare la strada dello sviluppo, di come una strada dello sviluppo forzato lasci dentro di sé problemi e contraddizioni sociali crescenti e del modo con il quale, di fronte al mondo, sono proprio visibili le due strade: se continuare con i rapporti di forza, con gli strappi, con i dati di fatto o provare a darsi delle regole, in questo caso del commercio globale, di reciprocità del commercio, di democrazia, di libertà e del rispetto reciproco, in ordine di diritti fondamentali e di rapporto fra mercato e democrazia.

Non si affronta la Cina con i dazi. O meglio non si può pensare di rispondere ai problemi che pone la sfida cinese prevalentemente con il terreno delle difese e delle protezioni. Lo si affronta da noi, qui in Italia, investendo in qualità, ricerca e innovazione, facendo politiche di sistema. Lo si affronta sul versante della Cina ponendo con la forza necessaria il rispetto degli standard sociali, dei diritti sociali: in una parola, affrontando il tema della democrazia e delle libertà, a partire da quella del sindacato.

Ma questa battaglia è troppo sottotraccia: si parla troppo di dazi e poco di democrazia e di libertà in quel Paese, di condizioni di sfruttamento insopportabili, di lesione continua e quotidiana delle Risoluzioni dell’International Labour Organization sul lavoro dei bambini o sull’orario di lavoro.

La Cina quindi evoca il tema della democrazia e della libertà, di un commercio equo, solidale ma anche reciprocamente definito. Si comprende quindi come la grande pagina delle sfide per dare al commercio mondiale regole più salde si aggiunge alle tante contraddizioni aperte su un altro tema.

In fondo, il Vertice per il commercio di Cancún è stato un fallimento perché da parte di molti non si sono volute fare quelle aperture che pure sarebbero necessarie e non rinviabili. Allora il tema era il settore agricolo. Oggi la Cina propone un grande tema all’industria manifatturiera: non possiamo andare avanti per strappi. Terreni e settori dove si protegge e terreni e settori in cui si lascia tutto andare. Come se potessimo dividere il cittadino, che su alcuni settori vive la propria sovranità come consumatore e in altri – viceversa – viene a essere totalmente dipendente dalla scelta protezionistica. Oppure gli stessi produttori: da un lato protetti, soprattutto nelle produzioni agricole o nei brevetti intellettuali, e dall’altra parte – invece – totalmente esposti alla concorrenza, al dumping sociale, al commercio sleale, alle condizioni senza prezzo.

Un mondo in cui aumentano queste contraddizioni è un mondo in cui dovrebbe crescere la domanda globale di soluzione dei problemi, di regole e di istituzioni.

Come si vede, i temi che da anni pone questo libro, lungi dall’essere risolti portano le contraddizioni e il bisogno che siano superate – anno dopo anno – a un livello sempre più alto.

È una sfida quindi sempre più difficile, ma al tempo stesso anche sempre più necessaria.

* Fonte: Guglielmo Epifani, prefazione al Rapporto sui Diritti Globali 2005



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