Camerun. In Ambazonia una guerra invisibile per la separazione pagata dai civili

Camerun. In Ambazonia una guerra invisibile per la separazione pagata dai civili

Nella notte di venerdì 18 giugno tre gendarmi sono stati uccisi nel Camerun sudoccidentale dalle milizie separatiste che combattono l’esercito e richiedono l’indipendenza per la parte del paese popolata dalla minoranza anglofona. Il giorno dopo nella stessa zona è stato assassinato «un funzionario del ministero dell’Economia “in viaggio” nella regione, e altri cinque sono ancora tenuti in ostaggio in una guerra che ha causato ormai migliaia di vittime da entrambe le parti», ha detto all’Afp Lawrence Nwafua, prefetto di Ndian.

Il nord e il sud-ovest del Camerun sono teatro da quattro anni di un sanguinoso conflitto separatista tra gruppi armati anglofoni ed esercito. La minoranza anglofona incolpa la maggioranza francofona, guidata dall’attuale presidente Paul Biya – 88 anni e al potere dal 1982 – di essere stata «emarginata dal resto del paese e progressivamente esclusa da azioni per favorire l’economia e l’inclusione in tutta l’area».

Per questo motivo i separatisti hanno proclamato nell’ottobre 2017 la creazione di uno Stato, l’Ambazonia, che ha progressivamente portato a una militarizzazione dell’area e a un’insurrezione armata che ha causato, in quattro anni, oltre 3.500 morti e 700mila profughi.

Una guerra invisibile, segnata «da terribili abusi commessi», secondo ong e Onu, «sia dalle forze armate governative che dalle milizie secessioniste», che in questi mille giorni si è trasformata in un conflitto a bassa intensità, segnato da sporadici attacchi da parte di gruppi armati incontrollabili. Attacchi contro le forze di sicurezza camerunensi si alternano alle violente rappresaglie contro i civili da parte dell’unità d’élite dell’esercito – il Battaglione di intervento rapido (Bir) – che hanno causato la scomparsa di numerosi attivisti e giornalisti «prelevati dai militari e ritrovati dopo alcuni mesi morti».

Nel suo report annuale Reporters Sans Frontières denuncia l’uccisione, nell’ultimo anno, di almeno una ventina di giornalisti la cui unica colpa è stata quella di «aver denunciato sui canali televisivi i brutali metodi delle autorità sulla gestione della crisi nelle regioni di lingua inglese», considerati dal governo «propaganda sovversiva».

Numerosi leader locali moderati della società civile hanno recentemente dichiarato che «lo Stato virtuale di “Ambazonia” non è mai esistito né ha avuto l’opportunità di nascere realmente, mentre la causa dell’identità anglofona, portata avanti da numerose associazioni, è venuta meno con la radicalizzazione dettata dalla scelta della lotta armata».

Lo scorso maggio le Nazioni unite hanno lanciato un appello per un cessate il fuoco denunciando entrambe le parti in conflitto di «ostacolare il flusso di aiuti nei confronti dei profughi». Secondo Human Rights Watch, la situazione è sempre più difficile per la popolazione inerme: «I separatisti hanno preso di mira civili, inclusi operatori umanitari, studenti e insegnanti nel tentativo di colpire le scuole e di boicottare l’istruzione francofona, mentre le forze di sicurezza hanno commesso omicidi indiscriminati, violenze sessuali, torture di persone sospettate di collaborare con i gruppi separatisti armati, limitando anche la libertà di espressione e di associazione».

Un quadro sempre più difficile in Camerun che si unisce alle continue incursioni jihadiste da parte di Boko Haram e dello Stato islamico dell’Africa occidentale (Iswap) che rappresentano una minaccia persistente nella regione dell’estremo nord del lago Ciad.

* Fonte: Stefano Mauro, il manifesto



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