Controriforma della psichiatria, Trieste non va lasciata sola

Controriforma della psichiatria, Trieste non va lasciata sola

A Trieste, città dove è nata la riforma Basaglia e una delle poche realtà italiane in cui essa continuava a essere davvero applicata, un colpo di mano della regione Friuli-Venezia-Giulia a guida leghista, ha imposto la restaurazione dell’antico regime manicomiale.

La cancellazione di fatto della psichiatria territoriale e delle politiche di integrazione culturale, sociale e lavorativa delle persone sofferenti nelle comunità in cui vivono e il ritorno alle strutture ospedaliere, luoghi di contenimento farmacologico e fisico (è tornato l’uso di legare i pazienti) votati alla sedazione/repressione delle emozioni.

Tre psichiatri del tutto aderenti alla controriforma (il cui obiettivo di fondo è la privatizzazione della cura psichica ospedaliera/ riabilitativa) hanno deciso che l’eccezione Trieste (riconosciuta dall’OMS come esempio da seguire) doveva finire. Una sconfitta della democrazia e della civiltà in cui le valutazioni scientifiche sono state letteralmente calpestate.

Siamo di fronte a un conflitto decisivo (ignorarlo o cercare di addomesticarlo sarebbe colpevole) tra il consorzio biomedico/ comportamentale, un’entità economico-politica ammantata di una ideologia pseudoscientifica e le forze vive, appassionate della cura psichica che lavorano per la sua sua umanizzazione.

Il consorzio è fondato sulla cosiddetta “psichiatria biologica” che identifica la complessità psicocorporea dell’essere umano, l’intero mondo dei suoi desideri, emozioni, sentimenti, pensieri, con la sua biologia.

I risultati ottenuti con le sue ricerche sono inesistenti, a scapito dei cospicui finanziamenti e dell’apparato propagandistico di cui dispone.

Le sue teorie di eziogenesi della schizofrenia e della depressione, a partire dallo studio dei meccanismi d’azione dei psicofarmaci, non sono mai state confermate, anche perché si è preferito ostinatamente ignorare che in medicina tanti farmaci hanno un effetto positivo sulle implicazioni di un processo patologico senza interferire con le sue cause.

La ricerca disperata di marker biologici, di correlazioni biologiche inequivocabili con la sofferenza psichica, ha prodotto un’impressionante molle di dati che non sono serviti a nulla.

Certi psichiatri sembrano bambini ritirati dalla realtà che giocano nei loro laboratori inventati, cercando la pietra filosofale. Con la presunzione, tutta adulta, di imporre la loro costruzione mentale ossessiva come lettura correttiva della vita.

La grande grancassa della determinazione genetica delle psicosi (durata decenni) si è infranta sulla prova di realtà: lo studio sui gemelli omozigoti l’ha smentita.

Oggi si parla di trasmissione di una predisposizione genetica. Freud molto più accuratamente aveva parlato cent’anni fa di un estremo in cui prevalgono i fattori ambientali, di un estremo in cui prevalgono i fattori genetici e di uno spazio di mezzo in cui questi fattori si intrecciano tra di loro.

Tuttavia si può ben pensare che il nucleo originario del disagio psichico destrutturante non sia né nell’ambiente, né nella genetica, ma nella loro relazione (l’epigenetica va in questa direzione).

La psichiatria biomedica non ha influito granché sulla sviluppo della terapia farmacologica (che ha prodotto, ma non sempre, una riduzione degli effetti collaterali). Usa i farmaci a dosi massicce, eccessive a scopi sedativi, anestetizzanti. Produce un contenimento repressivo insieme dei sintomi e della soggettività. Si allea con il comportamentismo addestratore (una deriva del cognitivismo) per estendere la sua azione di contenzione e per provare la sua efficacia.

Il meccanismo è semplice: si addestrano le persone a comportarsi secondo schemi prestabiliti, supposti sani, e se superano la prova, sono guariti. Spesso gli addestrati, per restare veri, si oppongono (scarsa compiacenza).

La controriforma biomedica della cura psichica è distruttiva. Trieste non deve restare sola.

* Fonte: Sarantis Thanopulos, il manifesto

 



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