Il fallimento dell’«esportazione in armi della democrazia», l’Afghanistan e Biden

Il fallimento dell’«esportazione in armi della democrazia», l’Afghanistan e Biden

Arriva Biden in Europa e la domanda che ci riguarda è: quanti Afghanistan verranno ancora? Più che un cronista di guerra qui ci vuole un curatore fallimentare, per certificare l’ingloriosa chiusura della ditta per l’«esportazione in armi della democrazia».

L’ammainabandiera italiano in un desolante hangar di Camp Arena a Herat – neppure si è osato farlo all’aperto – è stata la striminzita scenografia del fallimento di una generazione di politici e strateghi da strapazzo che porta la responsabilità di centinaia di migliaia di morti civili, di soldi buttati al vento, di risorse umane e materiali bruciate.

In Afghanistan dopo 20 anni il Paese rischia di cadere di nuovo sotto i talebani, in Iraq la guerra del 2003 contro Saddam Hussein fece precipitare il Paese e il Medio Oriente nel caos, la guerra in Libia del 2011 a Gheddafi ha portato il Paese alla frammentazione, con la Turchia e la Russia a spartirsi Tripolitania e Cirenaica, in Siria la guerra con i jihadisti ad Assad ha spinto Mosca sulle coste del Mediterraneo. Per non parlare dello Yemen dove l’Occidente ha foraggiato fino sauditi ed emiratini per fare stragi soprattutto di civili.

Quanto all’Italia – basti pensare alla Libia – da questi interventi militari ha ricevuto solo danni e beffe dai suoi stessi alleati che hanno fatto fuori il suo maggiore partner nel Mediterraneo sprofondando nel caos la sponda sud fino in fondo al Sahel. Ma noi italiani ci caschiamo ancora. Perché la ditta per «l’export della democrazia e della stabilità» non ha ancora chiuso del tutto i battenti. Anzi sta lavorando a nuove imprese. E lo sapremo magari dall’incontro bilaterale tra Biden e Draghi ai margini del G-7 della Cornovaglia che comincia oggi. Intanto il presidente Usa fa sapere che insisterà sul rilievo dell’articolo 5 della Nato, quello che prevede l’entrata in guerra se un alleato viene attaccato da un «nemico».

Una certezza l’abbiamo. L’Italia adesso si prepara ad andare in Sahel, aprendo una base militare a Niamey capitale del Niger, e a schierare elicotteri d’attacco in Mali per dare una mano ai francesi che chiudono la missione Barkhane, e alle nazioni africane impegnate contro il jihadismo, ma in una situazione paradossale. Perché non sappiamo neppure bene chi governa questi Paesi, dal Chad, dove Idris Deby è stato fatto fuori, al Mali dei generali golpisti che fanno e disfano governi sotto l’impulso delle correnti fondamentaliste. Ma noi vogliamo essere presenti, portare in giro il marchio delle nostre industrie militari, darci un’aria importante, sederci al tavolo a fianco di Paesi che ci guardano in realtà come concorrenti non come alleati.

In sostanza siamo un orpello, un Paese inutile governato da spesso gente dannosa che fa ancora politica come se fossimo nell’Ottocento o nel peggiore Novecento, scodinzolando dietro potenze militari ed economiche in attesa di una mancia che non arriva mai. Lo dimostra anche il caso diplomatico insorto con gli Emirati arabi uniti. Il Boeing 767 dell’aeronautica militare, che trasportava i giornalisti italiani a Herat, è stato bloccato per tre ore nell’aeroporto di Dammam, in Arabia Saudita: nonostante il piano di volo già accordato al comandante è stato impedito il sorvolo sui cieli degli Emirati. Una decisione venuta perché in gennaio l’Italia dell’esecutivo Conte aveva revocato ad Abu Dhabi e Riad la vendita, approvata dal governo Renzi, di 20mila bombe aeree della Rwm da usare in Yemen per un valore di oltre 411 milioni di euro.

Sarà un caso che il senatore Renzi, così amico del principe assassino Mohammed bin Salman, abbia fatto fuori Conte? Appena si decide qualche cosa di giusto e corretto qui si viene boicottati dall’atlantista di turno, ovvero quel Renzi che da premier avrebbe voluto appaltare agli israeliani la nostra cybersecurity. Ecco perché il senatore di Scandicci si agitava tanto sulle deleghe dei servizi e aveva ottenuto da Conte un taglio in bilancio a un capitolo di spesa che osteggiava: perché non era stato lui a deciderlo, magari in base agli interessi suoi e dei suoi amici, qui e all’estero. Quando un politico prende soldi, in un modo o nell’altro, da Bin Salman tutto è davvero possibile.

In realtà nel nostro Paese è in corso da tempo una lotta sotterranea per il potere sui Servizi segreti, che implica anche gli affari militari e della sicurezza, di cui si parla soltanto a tratti, solo quando fa comodo.
Sono cose che l’opinione pubblica si dovrebbe domandare e i politici dovrebbero chiedere al governo Draghi. Soprattutto se l’Italia decidesse, un giorno, di interrompere le megaforniture militari all’Egitto, a fronte delle vicende di Regeni e Zaki e delle persistenti violazioni dei diritti umani e delle libertà democratiche. Vogliamo esportare la democrazia? Allora smettiamo di vendere armi ai regimi dittatoriali e che sbeffeggiano la nostra magistratura e i principi basilari di giustizia. Altrimenti assisteremo ad altri ammainabandiera, ancora più tristi di quello di Herat. Attenti, allora, che arriva Biden.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

 

ph by Swarmsee source images, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons



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