Palestina: appello per cacciare Abu Mazen, il «grande assente» dell’Intifada

Palestina: appello per cacciare Abu Mazen, il «grande assente» dell’Intifada

RAMALLAH. Da un lato c’è la petizione firmata sino ad oggi da quasi tremila palestinesi, parecchi dei quali accademici, intellettuali ed esponenti della società civile, che chiedono con forza le dimissioni del presidente dell’Anp Abu Mazen. Dall’altro il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, atteso in Iran e Libano per suggellare il ruolo di attore regionale del movimento islamico dopo l’escalation militare con Israele. Bastano solo questi due dati a fotografare in modo chiaro la condizione che vivono le due leadership, a Ramallah e a Gaza, in questa fase delicata per i palestinesi a Gerusalemme Est e nel resto dei Territori occupati. I prossimi giorni si annunciano altrettanto difficili. La polizia israeliana, che aveva dato parere negativo allo svolgimento della Marcia delle bandiere della destra nella zona araba di Gerusalemme, ha fatto retromarcia. Il corteo, che intende simbolicamente ribadire l’occupazione della parte Est della città, passerà anche la Porta di Damasco e una parte di esso attraverserà il quartiere musulmano della città vecchia fino a Muro del Pianto. Una provocazione per i palestinesi che in queste settimane hanno fatto della Porta di Damasco e della città vecchia il palcoscenico di una mobilitazione che non si vedeva da anni.

Sulla situazione a Gerusalemme, l’Anp mantiene un profilo basso. Certo la sua rete televisiva (Pbs) copre con servizi e dirette le proteste, alla Porta di Damasco e nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan dove migliaia di palestinesi rischiano di perdere le loro case tra demolizioni ed espulsioni. E l’agenzia governativa Wafa diffonde comunicati e dichiarazioni di esponenti dell’esecutivo contro il governo israeliano e i coloni. Ma è poco rispetto a ciò che si attende la popolazione nei Territori occupati. L’85enne presidente Abu Mazen, privo di carisma e di piglio deciso, appare sempre più inadeguato al ruolo di massimo rappresentante delle rivendicazioni nazionali palestinesi. Da tempo i sondaggi parlano chiaro. Per questo accademici e intellettuali palestinesi gli chiedono, in un appello che circola dal primo giugno, di dimettersi subito. Tra di essi ci sono firme importanti, come quelle del politologo Salman Abu Sitta, dell’esperto di diritto internazionale Anis Al Qassem, dei docenti universitari Asaad Ghanem, Khaled Al Hroub, Ruba Saleh e Dina Matar e dell’analista Mouin Rabbani. «La recente Intifada di Gerusalemme ha rivelato la clamorosa impotenza del presidente, della sua politica e della sua autorità», è scritto nell’appello «Dall’inizio dell’Intifada nel quartiere di Sheikh Jarrah e poi la sua espansione per includere Al-Aqsa e Gerusalemme, Gaza, la Cisgiordania, i palestinesi dell’interno (Israele, ndr) e all’estero, il presidente è stato l’assente più importante. Terminata la battaglia (di Gaza), Mahmoud Abbas (Abu Mazen)…non si è preoccupato di visitare le famiglie dei martiri a Gaza e in Cisgiordania». I firmatari – tra i quali non ci sono simpatizzanti di Hamas o di altre forze di opposizione – parlano di «Tre decenni di misero fallimento di questo presidente, il declino della questione palestinese con lui e l’erosione dei diritti palestinesi». E accusano Abu Mazen di aver instaurato un sistema autoritario per sopprimere il dissenso interno. «Dichiariamo – concludono – che questo presidente non ha più alcuna legittimità politica o nazionale e deve dimettersi o essere rimosso dalle posizioni di leadership che controlla».

Qualcuno fa notare che tanti dei firmatari risiedono all’estero e, quindi, ridimensionano la portata politica e sociale dell’appello. In realtà i contenuti del documento sono largamente condivisi dai palestinesi, anche quelli di Fatah, il partito di Abu Mazen. Ma non è facile per chi vive in Cisgiordania esprimere liberamente critiche all’operato del presidente. Gli arresti degli oppositori politici sono in continuo aumento.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

 

Ph by דר’ יוסי ביילין Pikiwiki Israel, CC BY 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.5>, via Wikimedia Commons

 



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