Tassazione delle multinazionali: l’Irlanda rema contro

by Vincenzo Maccarrone * | 6 Giugno 2021 18:27

L’accordo raggiunto al G7 di Londra sulla tassazione dei profitti delle multinazionali rischia di creare non pochi grattacapi dalle parti di Merrion Street a Dublino, dove ha sede il dipartimento del primo ministro irlandese. Da decenni, infatti, il modello di crescita irlandese si basa sull’attrazione di investimenti diretti esteri, soprattutto grazie alla tassazione favorevole sui profitti delle corporation.

Questo ha portato molte multinazionali americane a stabilire la propria sede europea in Irlanda, comprese le principali aziende dell’economia digitale: Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft. Fissata al 12,5 per cento, la tassazione per le imprese in Irlanda può essere ridotta ulteriormente tramite un complicato sistema di esenzioni.

L’ultimo caso eclatante ha coinvolto una sussidiaria irlandese di Microsoft, che – secondo quanto riportato dal Guardian – non avrebbe pagato alcuna tassa sugli oltre 300 miliardi di dollari di profitti registrati nel 2020, tramite una triangolazione con lo stato del Bermuda. Nonostante le critiche sempre più accese a livello internazionale, finora tutti i governi irlandesi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno opposto qualsiasi cambiamento sul tema della tassazione. I punti principali contenuti nell’accordo di Londra potrebbero però avere implicazioni considerevoli.

Primo, se la (pur bassa) aliquota minima globale del 15 per cento sui profitti delle imprese venisse effettivamente implementata, questo ridurrebbe l’incentivo delle multinazionali a spostare la propria sede nel suolo irlandese per approfittare della bassa tassazione. Secondo, la misura che prevede una riallocazione di una parte dei profitti delle aziende nei paesi dove effettuano vendite, rispetto a quelli dove hanno sede fiscale, porterebbe ad una sicura riduzione delle entrate nelle casse del tesoro irlandese. Le stime del ministero delle finanze sul possibile effetto delle due misure parlano di una perdita potenziale di circa un quinto dei proventi della tassazione sulle imprese.

Non sorprende quindi che Dublino abbia ostacolato per anni qualsiasi tentativo di uniformare i regimi di tassazione per le imprese a livello Ue, dove in materia i singoli paesi hanno diritto di veto.

Lo stesso schema si è ripetuto in sede OCSE, dove la discussione sulla tassazione minima sulle corporation a livello globale è in corso da tempo. In vista di un allargamento dei negoziati ai paesi OCSE a seguito dell’accordo di Londra, il ministro Donohoe – che è anche l’attuale presidente dell’Eurogruppo – ha commentato che «ogni accordo dovrà assecondare i bisogni di paesi piccoli e di quelli più grandi, di quelli sviluppati e di quelli in via di sviluppo».

La speranza di Dublino è che con l’allargamento dei negoziati ad una platea molto più grande di paesi le misure possano essere annacquate e il vantaggio competitivo irlandese mantenuto. Al di là dell’esito finale delle negoziazioni, questi sviluppi mostrano ancora una volta quanto il modello di crescita economica irlandese si fondi su un equilibrio fragile.

La storica debolezza della sinistra nel paese ha fatto sì che per decenni l’attrazione di capitali esteri sia stato l’unico modello di sviluppo proposto dai governi guidati alternativamente dai partiti di centro-destra Fianna Fáil e Fine Gael, che ora si trovano per la prima volta a governare insieme. Se in futuro il partito repubblicano di sinistra Sinn Féin dovesse riuscire ad andare al governo, dopo il boom elettorale registrato alle elezioni del 2020, si troverà di fronte alla sfida di proporre un modello di sviluppo alternativo.

* Fonte: Vincenzo Maccarrone, il manifesto[1]

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