Tessile, sfruttamento e sporchi affari nel distretto di Prato

Tessile, sfruttamento e sporchi affari nel distretto di Prato

PRATO. La scossa provocata dall’omicidio bianco della giovanissima apprendista operaia Luana d’Orazio continua a far sentire i suoi effetti nel vasto distretto del tessile e della pelletteria, che dall’hinterland fiorentino attraversa la piana pratese e si allunga fin quasi a Pistoia. Solo negli ultimi due giorni è stato scoperto un enorme traffico di 10mila tonnellate di scarti tessili, nascosti nei capannoni in mezza Italia e anche all’estero per essere smaltiti illecitamente. A ruota l’ennesimo caso di caporalato e sfruttamento di una quarantina di operai immigrati, costretti in fabbrica – a conduzione cinese – anche per 14 ore al giorno, per produrre per un pugno di euro borse destinate alle grandi griffe della moda. Un contesto che continua a vedere protagonisti anche i lavoratori immigrati della Texprint, licenziati solo per aver chiesto il rispetto del contratto base da 40 ore settimanali, ma ancora in presidio davanti a un azienda a cui ora il Consiglio di Stato ha confermato l’interdittiva antimafia emessa nei mesi scorsi dalle autorità.

L’interdittiva nei confronti della Texprint era legata ad una inchiesta della Dda che vedeva indagato Sang Yu Zhang detto Valerio, teoricamente dipendente ma di fatto responsabile della stamperia tessile, accusato di aver esportato in Cina somme ingenti frutto di riciclaggio per conto di società vicine alla ‘ndrangheta. Alla fine Sang Yu Zhang è stato assolto in primo grado dal tribunale di Milano, ma per i giudici amministrativi di secondo e ultimo grado questo non è sufficiente per cancellare i sospetti. Il Consiglio di Stato ha infatti sottolineato che “secondo la consolidata giurisprudenza di questo Consiglio, il cui principio è correttamente richiamato dal primo giudice, eventuali esiti assolutori in sede penale non sono incompatibili con la permanenza del rischio infiltrativo mafioso, e sono comunque valutabili, dalla prefettura, su istanza o d’ufficio, ai fini di una eventuale procedura di revisioni o aggiornamenti della interdittiva”.
In questo scenario quantomeno grigio, gli operai “ribelli” della Texprint restano letteralmente in mezzo alla strada, dopo che l’azienda li ha licenziati a causa del loro attivismo. Nemmeno l’intervento della commissione lavoro della Regione Toscana sta avendo successo, spiega Luca Toscano dei Si Cobas: “Il sindacato e i lavoratori, dopo aver sentito le parole di Valerio Fabiani che guida la commissione, sono pronti a sedersi a un tavolo di trattativa, se l’intervento della Regione dovesse riportare l’azienda su questa strada. Ma una trattativa vera non c’è mai stata in questi mesi. E ora, dopo un periodo dove si lavorava cinque giorni alla settimana, il ciclo è tornato di sette giorni”.
Sette giorni al bancone erano la norma anche alla Samipell di Campi Bisenzio, dove gli operai pachistani, bengalesi e cinesi per tre euro l’ora, controllati a vista con le telecamere, facevano borse per aziende dell’alta moda. Borse che in negozio finiscono per costare centinaia di euro. Con le accuse di sfruttamento di manodopera, oltre che di bancarotta fraudolenta e frode fiscale – la classica galassia di srl nate e morte per non pagare le tasse – la coppia di cinesi titolari della Samipell è stata arrestata.
In manette anche due italiani e una cinese, con altri cinque loro collaboratori, al vertice di un sistema che portava gli scarti tessili dei pronto moda pratese, rifiuti speciali, in giro per mezza Italia e anche in Spagna, guadagnando in un anno e mezzo quasi un milione di euro. Per loro tra le accuse c’è l’associazione a delinquere per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti.

* Fonte: Riccardo Chiari, il manifesto



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