Torture e pestaggi in carcere: «orribile mattanza» sui detenuti a S. Maria Capua Vetere

Torture e pestaggi in carcere: «orribile mattanza» sui detenuti a S. Maria Capua Vetere

Il 5 aprile 2020 un caso di positività al Covid nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere (a contrarre il virus un addetto alla distribuzione della spesa del reparto Nilo) fa scoppiare una rivolta: i reclusi chiedevano disinfettanti e mascherine. Il giorno dopo parte quella che i magistrati casertani definiscono «un’orribile mattanza, indegna di un paese civile» ai danni di 292 ristretti del Nilo ma che, un anno fa, i responsabili del carcere definirono «una perquisizione». La notifica degli avvisi di garanzia provocò la protesta degli agenti, che salirono sul tetto del carcere. Ieri sono state emesse dal gip 52 misure cautelari (8 arresti in carcere, 18 ai domiciliari, 3 obblighi di dimora, 23 interdizioni dal pubblico ufficio) su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere.

AI DOMICILIARI Gaetano Manganelli, allora comandante dell’istituto penitenziario, e Pasquale Colucci, comandante del nucleo traduzioni e piantonamenti. Colucci in chat: «Ristabilita la legalità a Santa Maria, 4 ore di inferno per loro. Non si è salvato nessuno. Applauso finale dei colleghi». Manganelli a Colucci: «Grazie mille Pasquale. A te e ai tuoi uomini». Sospensione dal pubblico ufficio per il provveditore delle carceri della Campania, Antonio Fullone. Secondo la procura, sarebbero stati alterati 5 spezzoni dei video sorveglianza (audio e data) in modo da giustificare la perquisizione del 6 aprile. Gli stessi spezzoni video sarebbero stati depositati anche da Fullone allo scopo di giustificare le violenze come conseguenza della resistenza dei detenuti, che invece non avrebbero opposto alcuna resistenza. Gli indagati avrebbero prodotto fotografie false per documentare il rinvenimento di «strumenti atti a offendere e pentole con olio bollente» nelle celle dei detenuti.

«LE FOTOGRAFIE MANOMESSE – si legge nell’ordinanza – venivano prodotte dal Provveditore regionale allo scopo di giustificare ex post la perquisizione e le violenze». Falsi ideologici sarebbero stati confezionati dopo il 20 aprile, attraverso una relazione di servizio (datata in modo artato 6 aprile) in cui venivano riferire informazioni non vere rese da inesistenti fonti confidenziali. La relazione, secondo l’accusa, richiesta da Fullone e a lui trasmessa, sarebbe stata prodotta per descrivere circostanze e fatti irreali. I magistrati lo accusano di depistaggio: dalle chat emerge la volontà di «dare un segnale forte, un segnale minimo per riprendersi l’istituto». False accuse di resistenza e lesioni sono state presentate da diversi ufficiali ai danni di 14 detenuti.

LE INDAGINI sono partite dall’esposto del garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, sulla base di registrazione di telefonate tra alcuni detenuti e i propri familiari. I reati contestati, a vario titolo, sono concorso in torture pluriaggravate, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio. Costretti a passare in un corridoio di agenti con caschi e manganelli, fatti inginocchiare e colpiti di spalle per tutelare l’anonimato dei picchiatori, denudati e colpiti sui genitali, le barbe bruciate con gli accendini. Il tutto ripreso dalle telecamere del carcere. «Paradigmatico – si legge negli atti – è il trattamento subito da Fakhri Marouane che integra non solo la definizione giuridica ma anche quella letteraria e cinematografica di tortura. Straziante la scena in cui il povero Fakhri, in ginocchio, cerca di proteggere il capo dalle percosse e viene volutamente colpito da un agente con il manganello alle nocche delle dita».

SONO I DETENUTI a raccontare: «Riconosco nella foto numero 20 l’agente che mi ha picchiato. Dopo essere stato costretto da altri agenti a stare in ginocchio, lui è stato a intimarmi di alzarmi e spogliarmi e mi ha inferto più colpi al viso e all’addome». E un altro: «Riconosco il soggetto riprodotto nella foto 16. È l’agente che, dall’esterno della mia cella, ha detto agli altri colleghi di mettermi il manganello nell’ano per controllare se ci fosse il telefonino. Mi ha colpito con schiaffi, manganellate, pugni nel mentre dalla mia cella mi portavano verso l’area socialità». Un altro: «Per le botte subite ci siamo fatti la pipì addosso». Persino un detenuto in sedia a rotelle è stato picchiato. Quindici detenuti vengono poi messi in isolamento nel padiglione Danubio, abbandonati sul materasso senza lenzuola o coperte, con gli abiti sporchi di sangue, senza la possibilità di andare in infermeria. Il 4 maggio uno dei detenuti si è tolto la vita, secondo i magistrati è stato l’effetto psicologico delle torture subite. Molti hanno sofferto di choc post traumatico.

NESSUN CONTATTO con i medici per chi era al Nilo. Uno degli agenti scrive in chat: «Non fare scendere i detenuti in infermeria è stata una mia decisione. Si volevano far refertare. Ho dovuto bloccare i colleghi. Li stavano facendo scendere a mia insaputa dal medico. Fortunatamente Salvatore l’infermiere ha avvisato e ho bloccato tutti». Tra gli indagati per falso figurano anche due medici dell’Asl che avrebbero redatto certificati medici per favorire il personale coinvolto nelle indagini. Un altro agente, il giorno prima, scrive «domani chiave e piccone in mano, li abbattiamo come i vitelli. Domate il bestiame».

DA VIA ARENULA ieri è arrivata una nota: «La ministra Cartabia e i vertici del Dap rinnovano la fiducia nel corpo della Polizia penitenziaria, restando in attesa di un pronto accertamento dei gravi fatti contestati». Lo scorso ottobre l’allora ministro Bonafede, a una interpellanza di Riccardo Magi di +Europa Radicali, rispose: «Si è trattato di una doverosa azione di ripristino della legalità».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto



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