Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. Condanna definitiva all’ergastolo per Mladic

Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. Condanna definitiva all’ergastolo per Mladic

È definitivo: Ratko Mladic passerà il resto della sua vita in carcere. Il boia di Srebrenica è stato condannato all’ergastolo dai giudici dell’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Il meccanismo residuale dei tribunali internazionali dell’Onu, che porta a termine le cause del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), ha confermato in sostanza il verdetto di condanna di primo grado pronunciato nel novembre 2017.

LA CORTE ha riconosciuto Mladic colpevole per 10 degli 11 capi di imputazione che gli sono stati contestati, ma ha assolto l’ex capo delle forze serbo-bosniache dalle accuse di genocidio in sei città della Bosnia, Foca, Vlasenica, Kljuc, Sanski Most, Kotor-Varos e Prijedor, respingendo il ricorso della procura contro tale assoluzione.

«Questa sentenza storica mostra che coloro che commettono crimini orribili saranno ritenuti responsabili. Rafforza anche la nostra volontà condivisa di impedire che si verifichino atrocità future in qualsiasi parte del mondo», ha commentato da Washington Joe Biden. Per l’Alto Rappresentante Ue, Josep Borrell, e il Commissario all’allargamento, Oliver Varhelyi, invece, «la decisione odierna è un’opportunità per i leader della Bosnia-Erzegovina e della regione per onorare le vittime e promuovere un ambiente favorevole alla riconciliazione». Eppure la sentenza è ben lungi dal creare i presupposti per una pace duratura in Bosnia. Al contrario, rischia di esacerbare le divisioni interne al Paese e il clima di crescente tensione che attraversa i Balcani.

IL VERDETTO, che riconosce il coinvolgimento di Mladic in primo luogo nel genocidio di Srebrenica e nell’assedio di Sarajevo, risulta indebolito dalla stessa presidente del Tribunale, Prisca Matimba Nyambe, che durante la lettura della sentenza ha espresso il suo dissenso rispetto ad alcuni dei capi d’imputazione per cui è stata dichiarata la colpevolezza di Mladic. Una posizione non del tutto inaspettata, quella della giudice zambiana, che in altre circostanze aveva minimizzato la condotta del generale serbo-bosniaco e dei suoi uomini.

COME HA SPIEGATO al Guardian Iva Vukusic, storica all’Università di Utrecht ed esperta di processi per crimini di guerra, alla vigilia della sentenza, l’eventuale dissenso della presidente potrebbe avere l’effetto di rendere «meno gravi» le accuse contro Mladic: «i nazionalisti potranno fare salti di gioia e sostenere: ‘Certo, lo hanno condannato, ma nemmeno la presidente del tribunale ci credeva’».Un altro punto controverso è quello relativo all’assoluzione di Mladic per le altre accuse di genocidio, come se Srebrenica fosse stato un episodio sì drammatico, ma pur sempre isolato. «Il più grande fallimento del Tpij, riaffermato oggi con la sentenza Mladic, è la sua assurda tesi per cui mentre Srebrenica costituisce un genocidio, omicidi identici in decine di altre città condotti dalle stesse persone, con la stessa finalità politica, non lo sono. Il genocidio non è un progetto municipale», scrive su Twitter il politologo bosniaco Jasmin Mujanovic.

VOCI DIAMETRALMENTE opposte in Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia-Erzegovina a maggioranza serba. Qui la popolazione locale continua a considerare Mladic un eroe di guerra e una vittima dell’ingiustizia, in sfregio alla morte di migliaia di persone in quella che resta una delle pagine più buie e atroci della storia d’Europa. Il tutto nella complice indifferenza dell’Ue che come 30 anni fa, continua a volgere lo sguardo da un’altra parte, ignorando e forse tacitamente sostenendo deliranti modifiche ai confini nei Balcani che cancellerebbero la Bosnia-Erzegovina dalla mappa, riducendola a una enclave di musulmani. Un’idea contenuta in un recente documento informale attribuito al governo sloveno di Janez Jansa e recapitato alla presidenza del Consiglio europeo, circostanza indirettamente confermata una settimana fa all’agenzia di stampa austriaca che aveva fatto richiesta di acceso agli atti.

LA SENTENZA DI OGGI mette fine sì a una complessa vicenda giudiziaria, ma riflette quelle contraddizioni che da oltre 25 anni ostacolano la pace e la stabilità nel Paese. Proprio come avrebbe voluto il boia.

* Fonte: Alessandra Briganti, il manifesto

 



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