Vaccini e contratti: per il piano Covax ci vuole il consenso di Big pharma

Vaccini e contratti: per il piano Covax ci vuole il consenso di Big pharma

L’Unione europea ha prenotato 4,4 miliardi di dosi per i suoi 446 milioni di abitanti. A patto che le forniture siano rispettate, ogni abitante dell’Ue (neonati inclusi) ha a disposizione cinque cicli di vaccinazione completa. Ce ne sarebbe abbastanza per vaccinare una parte consistente dell’umanità e dire davvero addio alla pandemia. I Paesi europei, tuttavia, non sono liberi di donare o rivendere le dosi avanzate ai paesi rimasti fuori dalla corsa al vaccino. Secondo i contratti firmati dall’Ue, le aziende produttrici dei vaccini possono porre il veto su ogni esportazione verso Paesi extra-europei.

Lo rivela un’inchiesta del quotidiano spagnolo El País, ma la questione era già stata sollevata dal gruppo di ricercatori Medicines Law and Policy, un team internazionale di esperti sull’accesso ai farmaci e ai vaccini che avevano esaminato i contratti parzialmente divulgati dalla Commissione europea.

Nei contratti di acquisto dei vaccini negoziati dall’Ue, infatti, vi sarebbero clausole confidenziali che autorizzano le donazioni o le rivendite dei vaccini a Paesi extra-europei solo con il consenso delle case farmaceutiche. Un portavoce della Commissione di Bruxelles ha confermato l’esistenza di queste clausole, ribadendo che sono state le aziende a chiederne l’inserimento. «Le aziende hanno preteso che vi sia la loro autorizzazione alle donazioni – ha spiegato il funzionario – per garantire che le regole sulla responsabilità siano rispettate e che le donazioni di vaccini si svolgano in sicurezza durante tutte le fasi di distribuzione e amministrazione».

In realtà queste clausole danno alle aziende un enorme potere di influenza sul mercato internazionale dei vaccini, anche al di là dei monopoli stabiliti dai brevetti. La stessa Organizzazione Mondiale del Commercio ammette che i vaccini si possano esportare dai paesi produttori – e l’Ue lo è, perché i vaccini Pfizer e AstraZeneca sono prodotti negli impianti europei – senza il consenso delle aziende, in caso di crisi sanitarie.

Le aziende potranno dunque bloccare una donazione se questa confliggerà con le loro strategie commerciali e determinare così una scarsità artificiale di dosi. Lasciare che il virus si diffonda in paesi popolosi come l’India, il Brasile o il Sudafrica aumenta il rischio che si sviluppi una variante capace di aggirare i vaccini esistenti. Se ciò accadesse – è solo una questione di probabilità, perché il virus subisce in media due mutazioni al mese – i governi sarebbero costretti a una nuova “asta” presso le multinazionali farmaceutiche per aggiudicarsi i richiami vaccinali. Per l’umanità sarebbe un incubo, ma gli azionisti delle aziende potrebbero pensarla diversamente.

CLAUSOLE COME QUELLA contenuta nei contratti Ue-Big Pharma potrebbero spiegare perché l’Unione europea al Summit del G20 sulla salute globale del 21 maggio si sia impegnata a donare solo 100 milioni di dosi (appena il 3% delle dosi in surplus a disposizione dell’Ue) ai paesi in via di sviluppo attraverso il programma Covax gestito dall’Oms. Peraltro, secondo i dati della fondazione Openpolis l’iniziativa Covax è il capitolo più riuscito del più ampio programma “Act-A”, avendo ricevuto il 77% dei finanziamenti richiesti dall’Oms ai governi. Sono invece ferme al 22% le altre attività mirate a garantire l’accesso a medicinali, test e infrastrutture sanitarie nei paesi “Lmic”, cioè “a basso o medio reddito” secondo la classificazione Ocse. Gli squilibri economici hanno già inciso profondamente nell’evoluzione della pandemia. Mentre nella prima fase della pandemia i paesi più colpiti erano quelli ricchi (Usa e Ue in testa) oggi sette sui primi dieci paesi con il maggior numero di morti per Covid sono “Lmic”.

LE CLAUSOLE APPAIONO ancora più paradossali alla luce del fatto che i vaccini sono stati sviluppati soprattutto grazie a un investimento pubblico di oltre dieci miliardi di dollari messi a disposizione dai governi Usa e Ue. Al di là della retorica, l’emergenza si sta rivelando un enorme affare per le aziende. «Queste clausole – ha detto al País l’ex-ministro della sanità spagnolo Fernando Lamata – obbligano a chiedere il permesso di donare un vaccino dopo averlo non solo pagato, ma anche finanziato sin da quando era solo un progetto. Ciò rende tutto più chiaro e ridicolo».

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

 



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