Vertice NATO. Benzina per la guerra fredda: la Russia è una «minaccia», la Cina una «sfida»

Vertice NATO. Benzina per la guerra fredda: la Russia è una «minaccia», la Cina una «sfida»

«La Cina è vicina», non lo dice Marco Bellocchio, non siamo nel 1967, ma nel 2021, e la messa in guardia sulla Cina che «si avvicina» è di Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, al brevissimo summit di Bruxelles. Fa eco alle preoccupazioni di Joe Biden, che arrivato dal G7 in Cornovaglia, ieri ha sottolineato, rivolto alla Nato: «Anche qui siamo di ritorno» (gli europei ne hanno dubitato quando sono stati messi di fronte al fatto compiuto della decisione Usa di ritirarsi dall’Afghanistan).

STOLTENBERG è un ex primo ministro norvegese, è europeo. Gli europei non hanno mostrato eccessivo entusiasmo ieri a seguire gli Usa in una «nuova guerra fredda», anche se i “grandi” del G7 hanno appena firmato domenica un documento finale che cita esplicitamente i «numerosi contenziosi» con Pechino, «Hong Kong, Taiwan, l’origine del Covid» e ieri hanno accettato nel comunicato finale le «divergenze crescenti tra le politiche coercitive di Pechino e i nostri valori», si parla di «disinformazione», di «sfida tecnologica», di «armi nucleari».
La Cina rappresenta una «sfida sistemica per l’ordine internazionale e in aree che riguardano la sicurezza dell’Alleanza»: mai nel passato un comunicato finale Nato era stato così duro con Pechino.

MA ANGELA MERKEL, che ha invitato la Nato a «adottare nuovi strumenti» per far fronte alle sfide del momento, non ha citato esplicitamente la Cina – e neppure la Russia. Emmanuel Macron, che non riesce a vedere la Cina nella carta “atlantica”, si chiede: «Chi è il nemico?» e cita prima di tutto il terrorismo islamico. Boris Johnson, che vede nella Cina «un fatto gigante nelle nostre vite», suggerisce di stare «attenti» ad aprire «una nuova guerra fredda» e insiste che per il momento il rischio «acuto e diretto» è rappresentato dalla Russia e dai cyber-attacchi che vengono da Mosca. Victor Orban, che ha aperto le braccia ai cinesi in Ungheria, ha messo in guardia: «Ho 58 anni, ho vissuto 26 anni in una guerra fredda, credetemi, non è una bella cosa». L’unico veramente convinto è Justin Trudeau (il Canada si affaccia sul Pacifico): la sfida della Cina è «in Africa, nel Mediterraneo, nell’Artico».

AL VERTICE È STATO EVOCATO l’articolo 5, che obbliga gli alleati a intervenire in aiuto di uno stato membro in caso di aggressione: come applicarlo in caso di cyber-attacco? Per Biden, che oggi incontra Vladimir Putin a Ginevra, «la Russia non si sta comportando come vorremmo, ma neppure la Cina». Gli europei concordano con gli Usa sulla «minaccia» rappresentata dalla Russia, che è citata ben 62 volte nel comunicato finale, contro le 10 per la Cina (che è per ora una «sfida»). Insistono i paesi dell’est, per i Baltici «in tempi tormentati le democrazie devono restare unite».

IL COMUNICATO FINALE afferma che «non è possibile tornare a una situazione normale fino a quando la Russia non rispetta il diritto internazionale». La principale questione con Mosca riguarda la cybersicurezza. Ma è un fronte mobile, difficile da affrontare, i sospetti esistono ma le prove sono complicate da trovare. Per Boris Johnson, la Nato deve «modernizzarsi». Macron insiste sulla necessità di «chiarificazione» in sede Nato sull’«autonomia strategica» europea, appoggiato da Mario Draghi, ma il Sahel è lì a dimostrare la debolezza. Chiede di partecipare alle trattative sul disarmo: «visto che non siamo più nella guerra fredda, l’Europa deve essere presente, in particolare la Francia», ormai sola potenza nucleare della Ue. Stoltenberg ha una soddisfazione: il cambiamento climatico è una nuova «sfida» per la Nato, che ha già un successo, con la «riduzione delle emissioni militari di Co2».

La coesione della Nato è scossa a causa delle tensioni con la Turchia. Ieri, Erdogan ha moltiplicato gli incontri bilaterali: Macron (Erdogan gli aveva dato del «matto») ha parlato di incontro «denso e sostanzioso» e di «volontà» comune per «la pace in Siria e in Libia», Merkel (prudente, è l’autrice dell’accordo sui migranti, 6 miliardi di euro a Ankara per tenersi i rifugiati) ha insistito sulle tensioni al largo di Cipro nel Mediterraneo orientale, la Grecia (tensioni sui migranti e nel Mediterraneo) parla di «rivitalizzazione» delle relazioni. Johnson afferma di aver parlato di «turismo» degli inglesi in Turchia.

ALLA FINE, QUELLO CHE CONTA sono i soldi. Biden è più delicato di Trump, ricorda però che solo 10 paesi sui 30 della Nato hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del pil in spese militari, ma «gli altri sono sulla buona strada». Oggi, Biden ha un incontro con la Ue.
Il piccolo e ricco Lussemburgo dà una lezione a tutti: «Se siamo capaci di avere un mondo migliore, più pulito, più sicuro, non abbiamo bisogno di così tanti investimenti in armamenti. So che questa non è la frase più popolare in questa sede, ma è un fatto» ha commentato il primo ministro Xavier Bettel.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

 



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