World Drug Report. Le politiche sulle droghe e i danni della pena

World Drug Report. Le politiche sulle droghe e i danni della pena

La giornata internazionale contro il narcotraffico viene celebrata dalle Nazioni unite con il World Drug Report. Per lanciare il documento la Direttrice dell’Unodc Ghada Waly ha sottolineato come «la pandemia ci abbia mostrato il ruolo vitale di informazioni scientifiche affidabili e il potere della comunità nell’influenzare le scelte sanitarie. Dobbiamo urgentemente sfruttare questo potenziale per affrontare il problema mondiale della droga». Come a dire che finora né la scienza né la «comunità» avevano accompagnato le politiche globali in merito. Lo slogan per pubblicizzare il Rapporto è «Tutto quello che devi fare è #ShareFactsOnDrugs (condividere fatti sulle droghe) per #SaveLives (salvare vite)». A parte questi inciampi nella comunicazione c’è il problema dei numeri.

SECONDO I DATI DEL 2019, negli ultimi 12 mesi, 275 milioni di persone (5,5% del totale), ha fatto uso di droghe: 6 milioni in più dell’anno prima con un aumento del 58% dal 1998 e un ritmo più che doppio rispetto alla popolazione mondiale. 36 milioni di queste (13% del totale) ha sviluppato un uso problematico. Oltre 11 milioni si iniettano, di queste una metà convive con l’epatite C. Circa 200 milioni (4% del totale) hanno usato cannabis, un consumo aumentato di quasi il 18% negli ultimi 10 anni. Le stime parlano di 20 milioni di persone (0,4% del totale) che usano cocaina. Infine, anche qualche «buona notizia»: gli oppioidi farmaceutici (metadone e buprenorfina) usati per trattare le persone con disturbi da uso di oppiacei sono diventati più accessibili negli ultimi 20 anni. La quantità disponibile per fini medici è aumentata 6 volte, da 557 milioni di dosi giornaliere a 3.317 milioni indicando che «il trattamento farmacologico basato sulla scienza è più disponibile che in passato». Ma anche qui si gioca un po’ (troppo) coi numeri.

ALL’ONU, COME IN ITALIA, non ci si pone il problema di come utilizzare questi dati. Se neanche durante una paralisi mondiale durata mesi abbiamo registrato un contenimento del consumo di sostanze illecite, anzi notato un aumento in particolare per cannabis e sedativi, logica vorrebbe che ci si soffermasse sul perché certe abitudini siano dure a diminuire. Il rapporto con le sostanze «sotto controllo internazionale» è una caratteristica culturale globale. La cannabis si trova dappertutto indipendentemente dalle pene previste per il suo consumo. Non potendo limitarne l’accesso, l’Unodc denuncia l’aumento della percentuale di THC e il crollo della percezione del rischio negli adolescenti: -40% negli Usa e -25% in Europa in 25 anni, senza però ricordare l’Uruguay, dove in virtù della legalizzazione è aumentata la percezione del rischio e l’età media di primo consumo.

In attesa della relazione governativa i dati del Libro Bianco sulle droghe – promosso dalla Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali – ci aiutano a comprendere meglio un fenomeno la cui criminalizzazione finisce per fare più danni delle sostanze stesse. Il 30% degli ingressi in carcere è dovuto al solo articolo 73 del Testo Unico sulle droghe e il 40% è qualificato come «tossicodipendente». Il 35% dei detenuti resta in carcere per droghe. Si tratta di una percentuale quasi doppia rispetto a quella europea (18%) e mondiale (20%). Nonostante la propaganda di Salvini e Meloni, non è vero che gli spacciatori non finiscono in galera. È vero semmai il contrario, ci entrano praticamente solo loro, tant’è vero che 7 processi su 10 per droghe finiscono con una condanna, mentre solo 1 su 10 per reati contro il patrimonio o la persona. Questo in un paese con 235.174 processi per droghe che alimentano una catena repressiva efficientissima dalla perquisizione al carcere.

UN DATO POSITIVO ci viene però dalla relazione della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga: dopo 3 anni di aumento costante, le morti per overdose nel 2020 sono diminuite da 377 a 308. A conferma di quanto illustrato nel Libro Bianco dell’anno scorso rispetto alle capacità di autoregolazione dei consumatori italiani durante il lockdown. Malgrado il proibizionismo le persone hanno imparato a convivere con certe abitudini regolando i propri consumi e, in parte, anche i rischi e i danni che queste possono creare.

Il Rapporto Mondiale sulle Droghe, come la Relazione al Parlamento, non dovrebbero essere considerati un mero adempimento burocratico bensì essere punti di partenza – insieme a ricerche accademiche e della Società Civile – per una valutazione e revisione più ampia di leggi e politiche sulle droghe.

La Ministra delle politiche giovanili con delega sulle droghe Fabiana Dadone ha annunciato che convocherà la Conferenza nazionale sulle droghe, il luogo deputato a valutare l’impatto del Testo Unico e aggiornare, adeguare e aggiustare quel che non funziona. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, a partire dal metodo con cui è iniziato il processo preparatorio.

* Fonte: Marco Perduca, Leonardo Fiorentini, il manifesto

 

ph by IAEA Imagebank, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons



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