Clima. G20 Ambiente, a Napoli il carbone non esce di scena

Clima. G20 Ambiente, a Napoli il carbone non esce di scena

Il vertice. Il ministro Cingolani: accordo su 58 punti ma ammette la resa sui 2 principali: uscita dal fossile e riscaldamento entro + 1,5 gradi al 2030 e sulla chiusura delle centrali a carbone nel 2025

I paesi responsabili di oltre l’80% delle emissioni di gas climalteranti, riuniti a Napoli nel G20 Ambiente, clima ed energia, hanno negoziato fino all’ultimo, trovando poi un accordo su 58 articoli mentre, ha precisato una nota del ministero della transizione ecologica, «i due punti su cui solo India e Cina non concordano nella formulazione, sono stati spostati al livello dei Capi di Stato». I due punti sono quello relativo al contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi al 2030 e sulla chiusura delle centrali a carbone nel 2025. Poco prima in conferenza stampa il ministro Roberto Cingolani aveva parlato di cinque paesi dissidenti. Anche Russia e Cina si sono impegnate a eliminare gradualmente la produzione di energia dal carbone.

IL MINISTRO HA precisato che «nessuno dei G20 ha messo in dubbio gli accordi sul clima di Parigi. Ma il messaggio che arriva alla Cop26 è che paesi come Usa, Europa, Giappone e Canada vogliono fare di più, accelerare. Altri economicamente non ce la fanno, e preferirebbero ribadire quanto scritto nell’Accordo di Parigi». Per alcuni membri del G20, ha spiegato, la fuoriuscita dal carbone e l’accelerazione sugli 1,5 gradi comporta una messa in discussione troppo drastica del modello economico fortemente basato sui fossili. E dal quale, aggiungiamo noi, le economie dei membri più «virtuosi» del G20 – Ue, Usa, Canada – dipendono moltissimo.

CINGOLANI HA SOSTENUTO che se «quattro mesi fa diversi paesi non volevano neppure sentire parlare di questi argomenti, mentre ora hanno firmato» è perché c’è stata una maturazione culturale, «una curva di apprendimento passata anche attraverso le catastrofi»: si riferisce a quelle che hanno toccato in modo inedito, con le inondazioni, la stessa Europa. Evidentemente, gli eventi estremi che da decenni colpiscono paesi e popolazioni ben meno responsabili della crisi climatica, toccano meno il cuore dei potenti.

Il ministro ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a decarbonizzare, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». Punti del documento finale riguardano l’allineamento dei flussi finanziari agli impegni dell’Accordo di Parigi, il sostegno all’adattamento e alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, gli strumenti di finanza verde che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la condivisione delle migliori pratiche tecnologiche, il ruolo della ricerca, sviluppo e innovazione che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2.

DUE ALLEGATI SI SONO soffermati sulla povertà energetica e sulla sicurezza energetica – dove le disuguaglianze fra paesi e classi sono flagranti. L’Accordo di Parigi prevede in effetti un fondo da 100 milioni di dollari per i paesi rispetto ai quali c’è uno storico debito e climatico, ,a si tratterà di vedere quanto e come. Occorrerà verificare anche la partita dei sussidi ai combustibili fossili (una montagna di oltre 3,3 trilioni di dollari da parte dei G20, dal 2015 al 2019): l’impegno di Pittsburg del 2009 chiede di eliminarli.

UN SUCCESSO, IL G20 TEMATICO? Maria Grazia Midulla, del Wwf e coordinatrice del gruppo Clima, biodiversità e transizione ecologica del Civil20 (la società civile) dice a caldo: «Aspettiamo di vedere i punti approvati. Ma è certo che davanti a milioni di persone vittime degli impatti dei cambiamenti climatici, i politici debbano andare più veloci».

Alla domanda sulla partita del gas nel futuro dell’Italia, il ministro è stato brusco: «Dobbiamo decarbonizzare, uscire dal fossile. Più aumentiamo le rinnovabili, più occorre garantire stabilità di rete, che oggi si fa con il gas, poi migliorerà la tecnologia degli accumulatori – adesso tre volte più costosa rispetto al gas. Se non li avremo, metteremo il gas. Non vogliamo il gas? Non accenderemo il condizionatore perché avremo il black-out».

E il giacimento del risparmio energetico?

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto



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Fino all’ultimo, tra bugie e ricorsi, il governo tenta di impedire i referendum, in primis il nucleare. Ragioniamo come se non dovessero venire nuovi intoppi, cercando, comunque, di spiegare che la posta in gioco resta in ogni caso decisiva per il futuro dell’economia italiana. E non soltanto se permanesse la furbata della moratoria per un anno ma per l’esigenza in ogni caso di mettere in piedi una politica energetica che l’attuale governo si è dimostrato incapace di gestire.

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