Da Bolzaneto ad Ankara, via Israele. L’impegno dei Medici contro la tortura

Da Bolzaneto ad Ankara, via Israele. L’impegno dei Medici contro la tortura

20 anni fa. Come eravamo e dove andiamo. Dal dossier n. 3/2001 dell’agenzia Testimoni di GeNova. Intervista a Carlo Bracci, medico legale e presidente di Medici contro la tortura

 

Per torturare generalmente si usano percosse, violenze psicologiche, ustioni con la corrente elettrica, falaka. 

Tra i richiedenti asilo in Italia, sono molti i casi di persone sottoposte a torture; ciò nonostante l’iter burocratico è lungo e difficile

Molti hanno paura di raccontare, è grande la fatica nel ricordare episodi umilianti e dolorosi

Molti medici collaborano con i torturatori, verificando i limiti di sopportazione del prigioniero e mantenendolo cosciente o in vita più a lungo per fargli patire altre violenze

 

Non è passato molto tempo da quando l’ultimo paese democratico, Israele, ha abolito dalle proprie leggi la possibilità di “lievi pressioni fisiche” per ottenere confessioni o informazioni dagli arrestati. Eppure, oggi la tortura è tutt’altro che un fenomeno consegnato alla storia, tanto che dopo l’11 settembre il suo utilizzo è diventato oggetto di dibattito negli USA di fronte alla possibilità di sventare attentati terroristici. Per non parlare di quei Paesi dove, in modo più o meno palese, in modo più o meno cruento, ha continuato a essere praticata. Medici contro la tortura è un’associazione costituitasi legalmente in Italia nel 1999, ma che già da circa 10 anni opera nel dare sostegno, aiuto, cure alle vittime della tortura provenienti da qualsiasi paese del mondo.

“Il nostro primo gruppo – racconta Anteo Di Napoli, medico, uno dei soci fondatori – è nato all’interno del Coordinamento Medici della Sezione italiana di Amnesty international e ci occupavamo dei casi segnalatici da Amnesty. Presto abbiamo avviato una collaborazione stabile con due centri di riabilitazione per le vittime di tortura, l’RCT di Copenaghen e l’AVRE di Parigi.” In due anni e mezzo di attività più “strutturata”, Medici contro la tortura ha seguito 225 persone. Per l’87% si tratta di uomini con un età media di 30 anni. Circa un terzo di loro sono Curdi provenienti dalla Turchia, il 16% sono cittadini zairesi e il 13% curdi provenienti da altri Paesi, mentre le tipologie di tortura usata vanno dalle percosse, alle violenze di carattere psicologico, alle ustioni procurate con la corrente elettrica, alla falaka (percosse sulla pianta dei piedi), e nella maggior parte dei casi seguiti dall’associazione sono state usate più tecniche torturatorie contro la medesima persona.

Carlo Bracci, medico legale e presidente di Medici contro la tortura, racconta le difficoltà che incontrano in Italia i richiedenti asilo, tra i quali sono molti i casi di persone sottoposte a torture. Un iter burocratico faticoso che, dall’arrivo in Italia al parere della Commissione ministeriale per i rifugiati, dura all’incirca un anno. Un lungo periodo nel quale il richiedente asilo non può lavorare, non può frequentare scuole, ha a disposizione pochissimo denaro, vive ospitato presso strutture d’accoglienza non adatte (il primo centro apposito in Italia è sorto il 1° dicembre a Roma). “Spesso – spiega Carlo Bracci – anche telefonare ai propri familiari lontani diventa un problema. Ci siamo allora detti che lavorare sui bisogni elementari dei richiedenti asilo in Italia è il pre-requisito essenziale per iniziare un lavoro di riabilitazione fisica e psicologica dalle esperienze di tortura. Un po’ di denaro per comunicare con i parenti, integrazione di vitto, un contributo per l’alloggio, sono queste le prime azione che occorre fare per loro. Così Medici contro la tortura è entrata in rete con istituzioni pubbliche e del privato-sociale, collaborando a trovare soluzioni per queste necessità di base. Il lavoro specifico sulla tortura inizia quando almeno le cose essenziali sono a posto.”

I dottori di Medici senza frontiere visitano le vittime di tortura nelle sedi del volontariato con cui collabora, sparse sul territorio. “Una scelta – continua Carlo Bracci – che ci consente di incontrare le persone in luoghi a loro più familiari e di risparmiare sulle spese permettendo di investire tutto quello che raccogliamo nelle azioni di riabilitazione. La conquista della fiducia delle persone è il primo grande e non facile passo. In molti hanno paura di raccontare, temono che il medico li denunci, sono abituati a vivere in stati di polizia, per non parlare della fatica nel ricordare episodi umilianti e dolorosi. Per questo è fondamentale per i medici dell’associazione essere capaci di grande flessibilità e adattabilità alle diverse situazioni, aiutati dal preziosissimo lavoro dei mediatori culturali”. Ma se molti medici sono in modi diversi impegnati contro la tortura, alcuni non sono estranei a connivenze e collaborazioni.

“La XIX assemblea medica mondiale di Tokio – ricorda Anteo Di Napoli – ha vietato espressamente ai medici la partecipazione a qualsiasi forma di tortura, qualunque sia il reato di cui la persona è accusata. Il medico non può somministrare farmaci, non può dare i locali di cui ha responsabilità, non può essere presente. Spesso invece sappiamo che molti medici nel mondo collaborano con i torturatori, magari verificando i limiti di sopportazione di un prigioniero, o permettendo al torturato di restare cosciente o in vita più a lungo per potere sopportare altre violenze. Abbiamo anche riscontrato casi di certificazioni false, nelle quali si davano spiegazioni ‘accettabili’ per ferite procurate dalla torture. In questo senso credo che una forma di collaborazione possa essere riscontrata anche nel medico che certifica un decesso di un condannato a morte, una pratica che contiene in sé l’insopportabile tortura di sapere esattamente il momento in cui verrà posta fine alla tua vita”.

E così è ancora necessaria la vigilanza e l’attenzione verso una pratica che spesso siamo portati a rimuovere, a considerare superata, figlia di oscurantismo, inquisizione, dittature, e che invece è praticata anche in Paesi vicini e prossimi compagni della famiglia europea come la Turchia. Ma pratiche di tortura sono in realtà molto, molto più vicino a noi, come ricorderanno certamente i ragazzi incarcerati nella caserma di Bolzaneto, e come ci raccontano le denunce a un medico che forse ignorava quello che i suoi colleghi avevano deciso a Tokio. [G.M.]



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