Disastro ecologico in Sardegna: entroterra in cenere, apocalisse di fuoco

Disastro ecologico in Sardegna: entroterra in cenere, apocalisse di fuoco

Estate inferno. Il centro occidentale dell’isola brucia da tre giorni: le fiamme entrano nei paesi. Distrutti 20mila di ettari di bosco. 1500 sfollati. Dietro al disastro lo spopolamento dei piccoli centri, l’assenza di prevenzione e il cambiamento climatico

La Sardegna brucia. Brucia da tre giorni. Ventimila ettari di vegetazione inceneriti, quasi 1.500 persone sfollate, case evacuate e distrutte, animali arsi vivi. Fuoco e terrore dal Montiferru alla Planargia sino al Marghine, nella Sardegna centro occidentale a nord della città di Oristano. Un’apocalisse di fiamme, tra focolai accesi su più punti, squadre antincendi a terra e mezzi aerei impegnati dall’alba al tramonto.

Centinaia di persone a spegnere i roghi con temperature meteo superiori ai 40 gradi. Un’emergenza così grave che il ministero degli Esteri ha attivato la procedura di soccorso internazionale. Canadair arrivano dalla Francia e dalla Grecia mentre la Regione Sardegna decreta lo stato di calamità naturale e da palazzo Chigi Mario Draghi assicura tutto l’impegno del governo.

L’ORIGINE DEL DISASTRO è ancora sconosciuta. La Protezione civile ipotizza che il rogo sia partito da un’auto andata a fuoco dopo un incidente sulla strada che collega i paesi di Bonàrcado e di Santu Lussurgiu. Ma il fatto che le fiamme si siamo sviluppate su tre fronti differenti e ben distanti tra loro autorizza a ipotizzare anche l’intervento doloso.

A parte la causa immediata, sono diversi i problemi che in Sardegna rendono devastante la piaga degli incendi: mutamento climatico, con temperature sopra la media stagionale che, protratte nel tempo, deumidificano i boschi e le colture trasformando la vegetazione in una bomba pronta ad esplodere in qualsiasi momento; abbandono delle campagne per effetto dei massici processi migratori che negli ultimi vent’anni hanno spinto la popolazione verso le coste; tagli indiscriminati agli organici dei Vigili del fuoco e della Guardia Forestale; prevenzione di fatto inesistente; sistema di intervento sulle fiamme con troppe carenze e inefficienze.

LO SCORSO 7 GIUGNO un “Comitato del Montiferru”, nato per iniziativa dei residenti nella zona più devastata dai roghi, con una lettera aveva segnalato all’assessore regionale all’agricoltura, al Corpo forestale e ai Vigili del fuoco il pericolo incombente legato alle alte temperature e allo stato di incuria dei boschi. Ma niente si è mosso.

L’8 luglio sono decaduti i dirigenti del Corpo forestale con incarico biennale e l’assessorato regionale al personale non è riuscito a trovare il modo di prorogarli per due mesi, i due mesi più a rischio per i roghi. Le squadre antincendio comunali, quelle che meglio conoscevano i territori e che sono sempre state un supporto decisivo per i soccorsi, sono state smantellate. La definizione dei piani antincendio per le diverse aree dell’isola da parte del Corpo forestale quest’anno pare sia andata molto a rilento. Insomma, un insieme di scelte sbagliate e di inadempienze sul quale, passata l’emergenza, bisognerà tornare per individuare criticità e responsabilità individuali e istituzionali. Ciò che sta accadendo in queste ore non deve ripetersi più.

DOPO SESSANTA ORE di apocalisse, ieri i roghi erano ancora accesi e la macchina dei soccorsi in piena attività. Alle prime luci dell’alba sono ripresi i lanci di bombe d’acqua da parte dei mezzi aerei sulle zone colpite. Le fiamme hanno raggiunto il piccolo paese di Suni, dove le squadre a terra di Corpo forestale, Protezione civile, Vigili del fuoco e volontari hanno lavorato per tutta la giornata nel tentativo di arginarle. In loro soccorso tre Canadair. Ha ripreso vigore anche il fronte di fuoco a Santu Lussurgiu, dove domenica sono state sfollate cinquanta persone. Le fiamme avanzano anche verso Macomer e hanno devastato il territorio di Sagama, nella Planargia.

Sembra invece sotto controllo il rogo sul versante costiero tra Tresnuraghes e Porto Alabe, a sud di Bosa. Fiamme ancora in direzione di Scano, dove un Canadair ed elicotteri della flotta regionale hanno lavorato sino a notte nel tentativo di domare l’incendio.

Ma il paese più colpito è Cuglieri, dove i roghi hanno raggiunto le case, per fortuna senza vittime, e il fuoco ha aggredito aziende agricole e capannoni artigianali. La notte tra sabato e domenica i bagliori degli incendi hanno illuminato la montagna dietro la cittadina: «Sembrava di stare ai piedi di un vulcano», raccontano i testimoni, che hanno dovuto abbandonare tutto in fretta e furia. «Percorsa dal fuoco la piazza centrale. Tutt’attorno all’ex seminario, alle poste, alle scuole e all’oleificio è bruciato», spiega il sindaco Gianni Panichi.

ALLEVATORI E AGRICOLTORI qui hanno perso il lavoro di una vita proprio mentre si risollevavano dopo il lockdown. Una volta passato il fuoco hanno trovato nei loro terreni soltanto devastazione. L’inferno non ha risparmiato pecore, bovini e tutti gli altri capi di allevamento, bruciati vivi intrappolati nei recinti o nelle stalle. Strage anche tra la fauna selvatica. L’unità di emergenza Lav (Lega antivivisezione), con la sua ambulanza veterinaria e una squadra di volontari, è partita ieri da Roma verso Oristano per portare soccorso ai tanti animali vittime del disastro.

Ieri a tarda sera la situazione era ancora critica, nel Montiferru ma anche in altre zone dell’isola. In Ogliastra, nella Sardegna sud orientale in provincia di Nuoro, un vasto incendio è scoppiato ad Arzana. A Ittiri, nel Sassarese, un imponente fronte di fuoco ha distrutto in poche 150 ettari di macchia e di coltivazioni. E il vento che è cambiato da libeccio a maestrale ora mette a rischio anche la Gallura, che è in stato di preallarme.

LA SARDEGNA un grande braciere e nel Nord Italia, in Lombardia e in Emilia, maltempo fuori stagione che manda in tilt per ore l’autostrada A1 con enormi chicchi di grandine che sfondano i parabrezza delle auto e dei camion. A Milano è allarme sulla tenuta del fiume Seveso, che per le forti piogge cadute ieri mattina ha superato i livelli di guardia salendo rapidamente fino a un metro e mezzo. E in Gran Bretagna, a Londra strade allagate e disagi a causa di violenti temporali che hanno creato difficoltà ad automobilisti e mezzi pubblici. Il cambiamento climatico non è uno scherzo. E non c’è più molto tempo.

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«Territori abbandonati da decenni di scelte politiche sbagliate»

Intervista a Ignazio Camarda, docente universitario di agraria a Sassari. In Sardegna neanche un euro andrà speso per il ripopolamento delle zone interne. Si parla invece di investimenti in infrastrutture, ancora una volta nei grandi poli urbani

Quando ci risponde al telefono, Ignazio Camarda, ordinario di Botanica alla facoltà di Agraria dell’università di Sassari, è nel Montiferru accanto a ciò che resta dell’olivastro millenario di Sa tanca manna, nelle campagne alla periferia di Cuglieri, il paese più colpito dall’inferno di fuoco che ha devastato la Sardegna centro occidentale. Era un monumento naturale, l’olivastro di Cuglieri. Ora è carbonizzato, perduto per sempre, doloroso simbolo della tragedia ambientale, sociale ed economica che si è abbattuta sulla Sardegna.

Raro esempio di archeologia botanica, considerato dalla gente di Cuglieri una sorta di patriarca naturale, l’olivastro che ha attraversato il tempo ieri, in pochi minuti, è stato divorato dalle fiamme. “I grandi alberi millenari e centenari della Sardegna – dice Camarda – sono un patrimonio che va oltre i confini isolani con una notevole importanza per la storia naturale di tutto il Mediterraneo. Un grande albero è, prima di tutto, un micro-ecosistema. Un universo naturale in miniatura.

Il grande albero è anche una testimonianza ambientale, un sopravvissuto che può raccontare lunghi avvicendamenti temporali. L’olivastro di Cuglieri era uno dei più belli e preziosi, imponente con i suoi dieci metri di altezza. Ora è uno scheletro nero. Un disastro, la sua morte, dentro il disastro di questi giorni”.

Un disastro di proporzioni mai viste. Come si spiega?
Le cause immediate contano poco. L’incendio può essere partito da un incidente automobilistico, come dice la Protezione civile, oppure appiccato con dolo. Ma non dobbiamo fermarci a questo se vogliamo che tragedie del genere non si ripetano più. Dobbiamo guardare ai motivi profondi, alle radici strutturali. Che sono radici politiche.

Quali sono?
La causa principale è l’abbandono dei territori. Le zone interne dell’isola negli ultimi decenni hanno conosciuto un imponente movimento migratorio verso le coste. Un processo di urbanizzazione delle aree costiere che ha fatto crescere in fretta e male le città e spopolato le campagne. Da una parte un insensato consumo di suolo per attività edilizie e turistiche sulla costa e dall’altra paesi che si sono svuotati, tanti piccoli centri dove gli indicatori demografici predicono addirittura l’estinzione di alcuni di essi perché lì le morti sono stabilmente inferiori alle nascite. Spopolamento significa riduzione delle colture tradizionali – oliveti, campi di grano e vigneti – che sono una sorta di stabilizzatore degli equilibri ecologici, mancando il quale si ha una rinaturalizzazione del territorio, con prevalenza della macchia e dei boschi, che se non è governata può essere pericolosa. I boschi e la macchia sono abbandonati a se stessi. Il lavoro del Corpo forestale regionale non basta. E’ la presenza attiva dell’uomo, delle piccole comunità locali, il fattore che garantisce che il bosco e la macchia siano mantenuti puliti e in condizioni di controllo e di sicurezza.

D’altra parte lo spopolamento non è un fenomeno naturale come la pioggia. E’ prodotto da scelte precise.
Sì, scelte politiche che hanno spostato il baricentro delle attività economiche verso le coste, impoverendo di risorse e di progetti le zone interne della Sardegna. Per decenni si è andati avanti così. E ora si persevera nell’errore. Guardi al dibattito sul Recovery Fund. In Sardegna neanche un euro andrà speso per il ripopolamento delle zone interne. Si parla invece di infrastrutture nei trasporti e nell’energia che andranno a vantaggio, ancora una volta, dei grandi poli urbani.

C’entra qualcosa il mutamento climatico con l’apocalisse di questi giorni?
L’aumento delle temperature sicuramente ha svolto un ruolo. Ma questo effetto non sarebbe si combina con un modello di gestione del territorio che ha prodotto una vera e propria desertificazione economica, sociale e culturale. E’ a questo livello che bisogna innanzitutto intervenire.

* Fonte: Costantino Cossu, il manifesto



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