Fabio Lucchesi: i Social Forum non devono diventare un “gigante con una sola testa”

Fabio Lucchesi: i Social Forum non devono diventare un “gigante con una sola testa”

Come eravamo e dove andiamo. Dal dossier n. 2/2001 dell’agenzia Testimoni di GeNova. Intervista a Fabio Lucchesi, membro della segreteria della Rete Lilliput

 

Tra Genova e Perugia-Assisi. Il 20 e 21 ottobre a Firenze c’è l’assemblea dei Social Forum. Da dove viene, cosa è e, soprattutto, dove va il movimento?

Credo sarebbe meglio usare il termine “i movimenti”. Due sono gli elementi di forza del percorso che si sta sviluppando a livello italiano e internazionale per una diversa globalizzazione (dei diritti, della giustizia, della solidarietà): da un lato, il fatto che i soggetti che li compongono vengono da esperienze concrete e culture anche diverse e quindi parlano linguaggi capaci di comunicare a molte persone e non sono facilmente catalogabili ed è difficile “ghettizzarli”; dall’altro, il fatto che queste realtà diverse hanno scelto di comunicarsi e cercare dei percorsi comuni. In questo senso, l’esperienza del G8 di Genova e la Perugia-Assisi sono due esempi positivi di comunicazione tra diversi che ha mobilitato migliaia di persone. È chiaro che la radice comune è la coscienza dell’ingiustizia e dell’insostenibilità di questa globalizzazione e di questo modello di sviluppo. Il futuro ci presenta una sfida molto difficile: la guerra e il clima di riduzione delle libertà democratiche e del diritto di critica che essa si sta portando dietro, credo però che oggi molta gente avverta con inquietudine quello che sta avvenendo, percepisca che “un altro mondo è necessario”. Perciò abbiamo la necessità di far sentire le nostre ragioni a tutte queste persone andando oltre gli schematismi dell’anti-americanismo o del pacifismo ad ogni costo per far capire che questa situazione non è sostenibile.

Dopo il GSF, il Forum Sociale italiano? E dopo? Ha senso, ed è coerente con le strategie e le proposte di Lilliput, una strutturazione di questa esperienza o, viceversa, va ritenuta “a termine”?

Non ha senso pensare che, superata l’esperienza del Genoa Social Forum, ci si debba ora rinchiudere in una nuova sigla per sentirci tutti “a casa”. Io direi che dobbiamo dar vita non a un soggetto strutturato (con tanto di sigle, rappresentanti, portavoce), ma a dei momenti di confronto aperti che sappiano casomai individuare volta per volta contenuti, obiettivi e strategie di mobilitazione comuni. Ridurre i tanti soggetti che hanno fatto parte del Social Forum a un’unica sigla sarebbe ridurre la nostra ricchezza, la nostra capacità di discutere e di comunicare a tante realtà diverse. Un confronto costante fa invece parte a pieno titolo di una “strategia lillipuziana” che voglia mettere insieme le varie forze per immobilizzare il gigante economico. Ma non dimentichiamoci che per far questo i lillipuziani si coordinano tra loro rimanendo piccoli e non si trasformarono in un gigante con una testa sola. Questo è il pensiero di tanta parte della Rete Lilliput.

Quali sono i contenuti specifici, ed eventualmente le modalità di azione, che Lilliput ha portato dentro le sedi plurali del dibattito e delle iniziative di questi mesi? All’assemblea di Firenze porterete proposte particolari?

I contenuti specifici che Lilliput rappresenta sono molti, dalle “macrobattaglie” contro il debito, la WTO o le multinazionali alle “microiniziative” di consumo critico o di realizzazione di alternative locali. Credo che una caratterizzazione fondamentale di Lilliput sia la scelta per una strategia di cambiamento nonviolenta. A Genova questa caratterizzazione ha fatto una grande fatica a passare tra la violenza inaudita di quei giorni, eppure si è imposta all’attenzione come l’unica forma adeguata per sfuggire alla spirale della violenza che qualcuno aveva molto interesse ad innescare. Oggi, di fronte alla guerra, si carica ancor più di significati simbolici. Ma nonviolenza significa anche che dobbiamo trovare percorsi di mobilitazione fortemente propositivi, imporre una nostra agenda di cambiamento, uscire dalla logica di inseguire i vertici del “nemico” di turno. Altro contenuto specifico lillipuziano è l’accento dato al locale e alla necessità di calare le nostre proposte sui territori dove ognuno di noi vive.

I 300.000 di Genova e gli altrettanti che hanno marciato alla Perugia-Assisi chi sono? Di quali culture sono espressione e quali ipotesi politiche sono adeguate per non soffocarne la pluralità, ma neppure la possibilità/capacità di incidere sulla realtà in senso trasformativo e in direzione di quella “economia di giustizia” che contraddistingue la proposta di Lilliput?

Non è una banalità dire che sono persone molto diverse. Hanno in comune probabilmente l’aver sperimentato direttamente la violenza e l’ingiustizia di questo sistema economico e sociale internazionale, chi cooperando ed aiutando i Paesi poveri, chi scontrandosi con un sistema culturale che vorrebbe ridurre tutto a merce, chi (come i molti, moltissimi giovani di questo movimento) sperimentando l’incertezza e la precarietà del proprio futuro e moltissimo altro ancora. Credo che l’unica strategia “politica” che regga per il futuro è quella di non smettere di dialogare tra queste diverse realtà cercando alternative laddove il potere si sforza di dire che “non c’è alternativa”. A cominciare da questa drammatica situazione di guerra e di morte.

La “forma rete” è adeguata alla politica “nel tempo della guerra”? Da parte di Lilliput c’è ripensamento o evoluzione rispetto alla «voluta disorganizzazione», per come avete voi stessi definito il vostro cammino dal 1999 a oggi?

La forma della Rete è una forma che culturalmente e organizzativamente non ha alternative. Non a caso anche il percorso dell’incontro del 20-21 ottobre va verso un “patto di lavoro” (quindi una rete e non un soggetto unico e forte). In nessun altro modo Lilliput o altri soggetti potrebbero continuare a tenere aperto il dialogo e la mobilitazione senza ridurre a uno quel “mondo di mondi” che stiamo cercando di costruire. Per quanto riguarda Lilliput è però in atto una riflessione che dovrebbe portare entro pochi mesi (inizio 2002) a definire meglio come tenere aperti i canali di questo dialogo, come “tessere” i fili della rete perché ognuno non si chiuda nella propria diversità. I “nodi” della rete (coordinamenti locali) sono impegnati in uno sforzo per definire un percorso che li tenga assieme senza creare sovrastrutture o “direzioni nazionali”.

Da qui a Porto Alegre quali sono le scadenze, le campagne e gli obiettivi praticabili in Italia?

Probabilmente diversi. La mobilitazione contro questa guerra è in questo momento un elemento irrinunciabile per tutti. La Rete Lilliput sta lavorando anche a una campagna attorno al WTO per chiedere che il cibo, il diritto alla vita, ai servizi essenziali, alla libertà delle persone siano riconosciuti come diritti superiori a qualsiasi interesse commerciale. Credo anche che sia oggettivamente importante che si consideri la necessità di mobilitarsi sul tema dei migranti e dei diritti degli extracomunitari, sia alla luce del razzismo culturale che sta montando con la guerra sia per la nuova, inaccettabile legge sugli immigrati che il Parlamento sta varando. Ma in vista di Porto Alegre 2002 (il cui slogan quest’anno sarà “Un mondo in costruzione”), credo anche che sarà necessario avviare un confronto sulle strategie di fondo di sviluppo di questa società, sulla sua rincorsa di uno sviluppo economico a ogni costo e sui suoi presunti “indici di benessere”. (s.s.)



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