Afghanistan. La strategia Talebana: omicidi mirati, ucciso il portavoce di Ghani

Afghanistan. La strategia Talebana: omicidi mirati, ucciso il portavoce di Ghani

La campagna contro funzionari e attivisti va avanti da mesi, ora gli islamisti annunciano l’escalation. Conquistato il primo capoluogo afghano: cade Zaranj, strategica città al confine con l’Iran

È Zaranj, nel sudovest dell’Afghanistan al confine con l’Iran, il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei Talebani, che ieri hanno conquistato e occupato la base militare, l’aeroporto, il compound del governatore e la prigione, da cui sono stati liberati decine e decine di detenuti.

Ieri i Talebani hanno anche rivendicato un omicidio eccellente: quello di Dawa Khan Menapal, a capo del Centro per l’informazione e i media del governo e già vice-portavoce del presidente Ashraf Ghani. È stato freddato a Kabul. Il suo omicidio fa seguito al tentativo non riuscito di due giorni fa di uccidere il ministro della Difesa, Bismillah Khan Mohammadi, nella sua residenza di Kabul.

Rientra anche in una più ampia campagna di omicidi mirati contro funzionari del governo, burocrati, giudici, giornalisti, attivisti per i diritti umani. Uno dei portavoce del movimento ha dichiarato che la campagna sarà intensificata nei prossimi giorni, ma va avanti da diversi mesi. Serve a togliere di mezzo chi non è allineato, nella maggior parte dei casi con poco clamore, a dimostrare la debolezza delle istituzioni e a mandare un messaggio a tutti gli altri: potrebbe toccare anche a voi.

Nei giorni scorsi, alla vigilia della spallata militare dei Talebani su Zaranj, centinaia di persone hanno cercato di lasciare l’Afghanistan, solo per essere respinte dalle autorità iraniane. I Talebani hanno conquistato la città senza incontrare resistenza. Secondo il vice-governatore della provincia di Nimruz, le autorità locali avrebbero chiesto ripetutamente a Kabul i rinforzi, che non sono arrivati. Circa 200mila residenti, geograficamente molto isolata, Zaranj è uno dei capoluoghi minori del Paese.

Ma ha un alto valore strategico, perché da lì passa una buona parte dei traffici transfrontalieri con l’Iran. In questa fase il controllo dei posti di confine più che ad accumulare risorse e tasse serve ai Talebani per sottrarle al governo. Come ricorda il ricercatore David Mansfield, Teheran potrebbe però non gradire che il commercio con l’Afghanistan passi tutto per le mani dei Talebani.

Al di là del valore economico della conquista di Zaranj, c’è quello simbolico. Sulle reti social dei simpatizzanti talebani rimbalzano i video dei barbuti che festeggiano sui veicoli militari sottratti all’esercito.

Una prova galvanizzante, che aiuta anche sugli altri fronti aperti. Tra quelli maggiori, c’è Lashkargah, capoluogo della provincia meridionale dell’Helmand dove si combatte da dieci giorni e da cui arrivano immagini di negozi in fiamme ed edifici bombardati. Continuano gli scontri anche a Shibergan, il capoluogo della provincia settentrionale di Jawzyan, feudo dell’ex signore della guerra, oggi maresciallo, Abdul Rashid Dostum.

Ieri, mentre a Kabul Dostum partecipava a una riunione con Abdullah Abdullah, a capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale, con Ismail Khan, vecchio leader del jihad anti-sovietico poi fiero oppositore dei Talebani, e altri leader jihadi, i Talebani si facevano fotografare di fronte alla sua residenza di Shibergan.

«Siamo entrati in una nuova era del conflitto» e «non c’è più tempo da perdere», ha dichiarato ieri con toni estremamente preoccupati Deborah Lyons in una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza Onu dedicata all’Afghanistan.

Secondo la rappresentante speciale per l’Afghanistan del segretario generale Onu, quella di «attaccare le città è una decisione deliberata, strategica», che sta producendo una carneficina. Lyons ha evidenziato le aspettative disattese. L’accordo bilaterale tra Stati uniti e Talebani del febbraio 2020 avrebbe dovuto condurre alla riduzione della violenza: «Non c’è stata».

L’inizio del dialogo tra i Talebani e il governo di Kabul, nel settembre 2020, avrebbe dovuto ridurre la violenza: «Non è stato così». Il ritiro delle truppe straniere avrebbe dovuto portare la pace: nei primi sei mesi del 2021 invece c’è stato un incremento del 50% delle vittime civili. Lyons ha chiesto al Consiglio di sicurezza una dichiarazione senza ambiguità. Che costringa la leadership talebana a fare i conti con le proprie responsabilità.

Gli attacchi vanno fermati subito; è indispensabile un cessate il fuoco; nessun governo imposto con la forza verrà riconosciuto; la libertà di movimento dei leader è legata ai progressi nel processo di pace. Senza progressi, le esenzioni dal bando sul divieto di movimento non verranno prorogate. «Le prossime settimane saranno decisive», ha sostenuto Lyons. «La violenza va fermata ora», ora che «sulle aspettative di pace degli afghani è calata un’ombra scura».

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto

 

 

Foto di WikiImages da Pixabay



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