Diritti umani in Turchia, Erdogan espelle dieci ambasciatori

Diritti umani in Turchia, Erdogan espelle dieci ambasciatori

Turchia. Avevano firmato un appello per la liberazione del filantropo anti-Erdogan Osman Kavala, detenuto da oltre 4 anni E, guarda caso, l’Italia non aveva firmato

Turchia uber alles, il Sultano della Nato, Erdogan annuncia: dichiareremo «persona non grata» gli ambasciatori di Germania, Francia, Usa, Canada, Danimarca, Olanda, Norvegia, Svezia, Finlandia e Nuova Zelanda. Che avevano chiesto la risoluzione rapida del caso riguardante il filantropo Osman Kavala in cella dal 2017. Nell’espulsione sono compresi tutti, o quasi, gli europei, tranne l’Italia.

I 10 ambasciatori occidentali ad Ankara avevano firmato un appello per la liberazione del filantropo anti-Erdogan Osman Kavala, detenuto da oltre 4 anni E, guarda caso, l’Italia non aveva firmato, forse perché impegnata in un dialogo con la Turchia sul sullo sfruttamento delle risorse del gas offshore e soprattutto sulla Libia, dove Ankara è saldamente insediata militarmente in Tripolitania e dove l’Eni ha il gasdotto Greenstream e importanti risorse petrolifere. Un’assenza italiana di solidarietà a Kavala che può apparire vergognosa ma che forse non è casuale, data la mancanza di solidarietà europea e americana per le vicende Regeni, Zaki, per la stessa Libia e la tragedia dei migranti. Queste sono le politiche degli Stati: stritolano vite di esseri umani senza ritegno e reclamano la solidarietà a intermittenza.

Tutto questo accade alla viglia del G-20 di Roma del 29 ottobre che con queste premesse potrebbe non essere la solita ipocrita sfilata di buone intenzioni, visto che in agenda è annunciato l’incontro “clou” tra il presidente Usa Biden ed Erdogan. Un faccia a faccia a lungo rinviato e che viene dopo il vertice tra Putin e il leader turco a Sochi, sul Mar Nero, dove Erdogan ha annunciato l’acquisto di altre batterie anti-missile russe S-400, uno schiaffo evidente alla Nato di cui la Turchia è membro da oltre mezzo secolo.

Perché il fondo della vicenda è questa: la diffidenza profonda tra Erdogan e gli Usa. Senza volere affondare nella storia e nelle tormentate relazioni tra impero russo e ottomano, Ankara e Mosca hanno iniziato a sviluppare la loro intesa tattica nel luglio del 2016 dopo che venne archiviato l’incidente del 24 novembre 2015 quando i caccia F-16 turchi colpirono un bombardiere russo Sukhoi Su-24 nello spazio aereo ai confini tra la Siria e la provincia turca di Hatay.

Due potenze sull’orlo di un conflitto che vengono calorosamente riavvicinate dal fallito golpe contro Erdogan del 15 luglio 2016. Putin è tra i primi a congratularsi con Erdogan per lo sventato pericolo mentre gli Usa e le potenze europee stanno zitte.

Il leader russo è sempre pronto a tendere la mano a Erdogan mentre Washington diffida di Ankara che pure ospita la base Usa di Incirlik, testate nucleari comprese. Con Joe Biden alla Casa Bianca, poi, l’ostilità con il leader turco è radicata. Fu proprio Biden, da vicepresidente di Obama, ad accusare Erdogan nel 2014 di essere stato responsabile dell’ascesa del Califfato in Siria e in Iraq in un discorso all’università di Harvard. Biden si scusò e due anni dopo fece anche un incontro con il leader turco a Istanbul. In realtà Biden sapeva di avere detto la verità ma soltanto a metà: era stata Hillary Clinton, allora segretario di Stato Usa, a incoraggiare Erdogan per facilitare l’afflusso di jihadisti in Siria contro il regime di Assad.

Con Biden alla leadership le cose non sono andate meglio. Il presidente Usa ha fatto infuriare Erdogan quando ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca: poco prima Erdogan aveva attaccato Biden dichiarando inaccettabile la sua intervista in cui definiva Putin «un killer». L’ostilità è palpabile. «Le relazioni tra Turchia e Usa non promettono nulla di buono», ha detto Erdogan parlando all’inaugurazione della Casa Turca a New York, dove si trovava in occasione dell’Assemblea Generale Onu.

Ed ecco che ieri Erdogan ha sparato la sua bordata. «Ho ordinato al nostro ministro degli Esteri di dichiarare al più presto questi 10 ambasciatori come persona non grata. Costoro vanno a coricarsi, si svegliano e pensano a Kavala. Kavala è il rappresentante turco di Soros. Dieci ambasciatori si recano al ministero degli Esteri per lui: che impudenza! – ha aggiunto Erdogan – Impareranno a conoscere e capire la Turchia o dovranno andarsene».

Di tutto questo coacervo di interessi geopolitici, di ambizioni imperialiste, di complottismo, di ricatti turchi sui profughi e di ipocrita perbenismo occidentale, che ignora Giulio Regeni – perché l’egiziano al-Sisi è un alleato da lisciare per le forniture di armi – alla fine fa le spese un uomo, Osman Kavala. Kavala è stato un fondatore della Open Society Foundation in Turchia, una rete internazionale di donazioni creata dal miliardario americano-ungherese George Soros. Nel 2018 la Fondazione ha cessato tutte le sue attività in Turchia.

In un’intervista Kavala ha affermato di «rispettare Soros» e che «le nostre opinioni si sovrappongono su questioni come il corretto funzionamento delle istituzioni legali, la protezione e l’estensione dei diritti civili, il sostegno alle organizzazioni della società civile e ai difensori dei diritti e le politiche sull’immigrazione». In realtà stanno esplodendo enormi contraddizioni di quel mondo atlantista occidentale che in questi anni ha fatto guerre ovunque pensando di usare gli attori regionali a suo vantaggio. E ora si paga il prezzo.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

 

 

ph by Janbazian, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons



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