G20. Il Summit non ascolta le richieste della società civile

G20. Il Summit non ascolta le richieste della società civile

Il vertice. Draghi ripropone la formula da applicare alle multinazionali. Critiche dalla società civile

 

Per interrompere quanto prima le conseguenze sanitarie e socioeconomiche della pandemia, liberando la scienza e la moltiplicazione delle capacità produttive in ambito farmaceutico, stimolando politiche finanziare e una ripresa economica in grado di attaccare le profonde disuguaglianze interne ai paesi, impegnandosi a una drastica e tempestiva riduzione delle nefaste emissioni di CO2. Oppure possono decidere di proseguire nella solfa retorica delle buone intenzioni, cui finora hanno fatto seguito scelte di campo spesso vecchie, ispirate a un rilancio di quella che lo studioso Dani Rodrick chiama iperglobalizzazione: scelte empiricamente già sbagliate.

IL SUMMIT G20 si è aperto con l’ennesima denuncia, da parte del presidente del G20 Mario Draghi, dell’inaccettabilità morale dello scenario che riguarda il mancato accesso dei vaccini ai paesi poveri, e con l’ennesima invocazione a fare ogni sforzo per superare l’impresentabile realtà di una copertura vaccinale che lambisce il 70% nei paesi ad alto reddito, contro il 3% dei paesi a basso e medio reddito.

La mancata partecipazione del presidente russo Vladimir Putin, motivata da ragioni epidemiologiche, dimostra che il contagio continua a colpire con la sua imprevedibilità e con pesante numero di vittime (oltre 1000 al giorno in Russia da alcune settimane), ciò che impone un altro piglio per gestire la crisi.
Peraltro, la stessa asimmetria si configura sul piano economico. Lo scoppio della pandemia ha imposto massicci piani di stabilizzazione che hanno impegnato nel mondo qualcosa come 16.000 miliardi di dollari in fondi pubblici tra Aprile 2020 e 2021, per il sostegno alle imprese, alle famiglie, e ai sistemi sanitari. Come ha ricordato in apertura dei lavori il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres, i paesi ricchi sono riusciti a investire il 28% dei loro bilanci annuali nelle politiche di ripresa dalla pandemia, mentre i paesi più poveri hanno destinato allo scopo solo il 2%. Per questo è urgente un serio impegno finanziario del G20, rivolto soprattutto alle economie africane, ha chiesto Guterres.

ALLA VIGILIA DEL G20, il presidente francese aveva annunciato un intervento addizionale di 100 miliardi di dollari da parte del G20 a sostegno del continente. Nella conferenza stampa d’avvio del summit, Draghi ha parlato della necessità di una redistribuzione delle risorse attraverso la riallocazione di parte dei diritti speciali di prelievo (special drawing rights, SDR) emessi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) il 23 agosto scorso, in ragione di 650 miliardi di dollari. Si tratta di emissioni proporzionali alle quote che ogni paese versa al FMI, e alla dimensione economica (in termini di PIL) di ciascuno stato. Secondo il FMI, 375 miliardi di diritti speciali di prelievo sono stati già distribuiti alle economie avanzate, lasciando alle economie emergenti e a quelle dei paesi a basso reddito i restanti 275 miliardi di dollari. Solo ai paesi a basso reddito servirebbero almeno 450 miliardi di dollari per venire incontro alle esigenze economiche prodotte dalla pandemia, secondo il FMI.

“L’APERTURA DI DRAGHI è interessante” ha commentato Riccardo Moro, sherpa del C20 a presidenza italiana, “ma diventa seria solo se l’impegno dei paesi ricchi è vincolante nei confronti di quelli a basso e medio reddito, ai quali serve una urgente iniezione finanziaria”. Secondo Moro, “650 miliardi di dollari sono peraltro insufficienti: come società civile avevamo chiesto al G20 una iniezione molto più generosa, di almeno 2000-3000 miliardi”.

EVIDENTEMENTE OCCORRE far buon visto a cattivo gioco. Alla società civile spetta ora monitorare attentamente le modalità di questo trasferimento: le erogazioni devono rispondere a principi di trasparenza, non condizionalità diretta o indiretta, non sostituzione con i fondi dedicati alla cooperazione o alla finanza climatica. È possibile e del tutto auspicabile uscire dalla crisi di Covid con una storica iniezione di cassa: lo spiega molto bene un briefing sul tema messo a punto da Global Policy Forum per il G20, denso di proposte. Ora è il momento di passare all’azione concreta.

DRAGHI HA ANCHE confermato un accordo del G20 a sostegno di una tassazione globale per le transnazionali (corporate tax). L’idea, concepita qualche tempo fa in ambito OCSE e poi ripresa nei negoziati G7, aveva riscosso l’appoggio di circa 136 paesi lo scorso ottobre.
Le fonti fiscali che provengono dai grandi attori economici sono la grande sfida per i paesi in via di sviluppo.

COME SPIEGA OXFAM, la tassazione delle multinazionali copre il 19,2% delle entrate fiscali in Africa e il 15,6% dei ricavi in America Latina e nei Caraibi, ma il sud globale si trova in generale più esposto all’evasione fiscale da parte delle imprese multinazionali, a causa di sistemi fiscali più fragili e facili da eludere. Ora spetta al G20 consegnare alla corporate tax un approdo operativo. A Roma, l’accordo riguarda una tassazione del 15% a partire dal 2023, si legge nella bozza di comunicato finale. L’elefante che partorisce il topolino, nel senso che siamo molto lontani dalla aliquota del 21% definita in origine dalla amministrazione Biden.

IL TETTO FISSATO dal G20 rappresenta un’aliquota veramente minima e ampiamente insoddisfacente, “quasi al limite della presa in giro”, ha chiosato Riccardo Moro. Il limite del 15% è poco più del 12% applicato nei paradisi fiscali. La proposta di global corporate taxation non cambia affatto dunque il quadro di riferimento dei regimi fiscali che si dovrebbero combattere. Inoltre, anche qui, il rischio è che lo schema di tassazione sia costruito in modo da riorientare i fondi nei paesi in cui le multinazionali sono maggiormente operative, ovvero hanno le sedi fiscali. Una partita di giro?
La giornata è stata segnata nel pomeriggio da incontri bilaterali, appuntamenti essenziali per ritessere i fili di una fiducia che fa acqua da tutte le parti tra i paesi della comunità internazionale.

IL G20, CHE NON È un’istituzione multilaterale, può tuttavia giocare un ruolo importante per sostenere e rafforzare la costruzione di un assetto multilaterale adeguato alle sfide del mondo. In questo senso, le organizzazioni del C20 in conferenza stampa hanno posto l’accento sulla necessità della costruzione di processi di democrazia intergovernativa sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Anche Xi Jinping, in collegamento da Pechino, chiede un “vero multilateralismo” per promuovere la costruzione di una “comunità con un futuro condiviso per l’umanità”. Ma non c’è molto agio per l’ottimismo. Restiamo invischiati in una bassa marea della politica globale.

* Fonte: Nicoletta Dentico, il manifesto



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