Cop26. Chiude il vertice: ultimi appelli, governi in ordine sparso

Cop26. Chiude il vertice: ultimi appelli, governi in ordine sparso

I lavori della Cop26 non sono finiti. Oggi è l’ultimo giorno utile, stando al programma, ma potrebbero proseguire anche nel fine settimana. Ieri, è stata una giornata faticosa. «Non ci siamo ancora» ha ammesso il presidente della Cop26, Alok Sharma: «Il mondo ci guarda, non possiamo deludere». Per il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, tutte le grandi promesse fatte finora a Glasgow «suonano vuote se i governi continuano a mettere miliardi nel fossile». Per Guterres in queste ultime ore bisogna «accelerare il passo e mostrare la necessaria ambizione, non si può restare al minimo comun denominatore». Aggiunge: «Ogni paese, città, impresa, istituzione finanziaria deve radicalmente, credibilmente e in modo verificabile ridurre le emissioni e decarbonizzare il portafoglio, da subito».

DIFATTI, È ANCORA IN BALLO il «livello di ambizione» di questo vertice, cioè quando verranno fissate le tappe per arrivare alla neutralità carbone, a quale velocità sarà percorso questo cammino e quanti finanziamenti verranno messi per realizzarlo. Per la portavoce del governo britannico, Allegra Stratton, c’è «bisogno di una spinta» finale, soprattutto sulla questione-chiave dei finanziamenti. Alok Sharma e Boris Johnson hanno detto che è deludente che sia stato fissato al 2023» il mantenimento dell’impegno di versare 100 miliardi l’anno per la transizione e l’adattamento ai paesi poveri, una promessa fatta 12 anni fa e non ancora mantenuta. «Non so se ci sarà una soluzione», ha ammesso. Resta poi aperta la questione delle «compensazioni» per «perdite e danni» richiesta dai vulnerabili, che è ancora peggio per i paesi ricchi, perché potrebbe portare a contenziosi giuridici.

IERI, 200 CLIMATOLOGI hanno firmato una lettera che rileva che le attività umane hanno già riscaldato la terra di 1,1 gradi e hanno già avuto un impatto «irreversibile»: «Noi climatologi sottolineiamo la necessità di azioni immediate, forti, rapide, durevoli, su grande scala per limitare il riscaldamento al di sotto di 2 gradi e per proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5». Per i firmatari, la Cop26 è «un momento storico per il destino del clima, della società e degli eco-sistemi».

E’ IN CORSO UN ULTIMO round di discussioni tecniche, in particolare sull’articolo 6, che riguarda la regolazione del mercato del carbone. Ieri, si è ampliato il fronte dei paesi che aderiscono all’alleanza Boga (Beyond Oil and Gas Alliance), che propone di chiudere il rubinetto di petrolio e gas a una data precisa (ma non ancora determinata): c’è l’impegno di non dare nuove concessioni o licenze per il gas, con effetto immediato, e di mettere fine alle licenze in corso sugli idrocarburi nei rispettivi territori nazionali. Iniziato da Costa Rica e Danimarca, ieri ha ricevuto l’adesione di Francia, Groenlandia, Irlanda, Svezia, Québec, Galles, mentre Nuova Zelanda, Portogallo e California si sono «associati», l’Italia è «membro amico».

La California si è impegnata a mettere fine allo sfruttamento di shale gas nel 2024 e di chiudere il rubinetto degli idrocarburi nel 2045. I grossi produttori di petrolio e di gas non ci sono, malgrado qualche breccia (gli Usa non hanno firmato, ma c’è la California, il Canada neppure ma c’è il Québec).

GLI USA, CHE OGGI dipendono per i quattro quinti dell’energia dal fossile, hanno promesso di dimezzare entro il 2030 rispetto al 2005 e di arrivare alla neutralità carbone nel 2050. La Cina, che a sorpresa ha sottoscritto mercoledì sera un comunicato congiunto con gli Usa, dove viene evocato il taglio alle emissioni di metano, non ha però aderito all’impegno su questa energia, firmato da una trentina di paesi in settimana. Anche la Francia non sfugge alle ambiguità: ieri ha firmato la Boga, ma qualche giorno fa non è entrata nell’alleanza di 30 paesi per mettere fine ai finanziamenti all’estero delle energie fossili (per quanto riguarda il territorio nazionale, Parigi si è impegnata chiudere nel 2040).

LA GRAN BRETAGNA ha fatto il contrario della Francia, è entrata nell’alleanza sulla fine dei finanziamenti all’estero ma non nella Boga (c’è in corso il progetto Cambo, di costruzione di un novo campo di sfruttamento di petrolio al largo delle Shetland). Per i paesi della Boga «rispettare l’Accordo di Parigi esige un cambiamento radicale nel modo in cui produciamo e utilizziamo l’energia», «uscire dal gas e dal petrolio è un elemento essenziale»: è la prima volta che a questo livello internazionale si parla di chiudere i rubinetti.

SECONDO NATURE, per sperare di non aumentare la temperatura più di 1,5 gradi entro fine secolo, bisognerebbe lasciare sotto terra il 60% delle riserve di petrolio e di gas, oltre al 90% di quelle di carbone. Cioè la produzione di gas e petrolio dovrebbe diminuire del 3% l’anno, quella di carbone del 7%. Ma in realtà le previsioni sono di una crescita di almeno il 2% l’anno fino al 2030. Ancora oggi più di 420 miliardi l’anno sono investiti nello sviluppo delle energie fossili.

GROSSE DIVERGENZE sul nucleare, soprattutto tra europei. Ieri, Germania, Austria, Lussemburgo, Portogallo, Danimarca, Irlanda e Spagna hanno espresso a Glasgow il rifiuto di mettere l’energia nucleare nella «tassonomia» europea (la decisione è per dicembre). L’Italia non ha partecipato. E oggi, Mario Draghi è ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, grande difensore del nucleare.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto



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