Grecia. Salvare vite è reato, comincia il processo agli attivisti

Grecia. Salvare vite è reato, comincia il processo agli attivisti

Lesbo. Sul banco degli imputati la nuotatrice siriana Sarah Mardini, il tedesco Sean Binter, il greco Nasos Karakitsos e altri 22

 

Sei solidale? Allora sei trafficante e vai in galera. Da un po’ di tempo la polizia greca ha adottato questa politica, distribuendo accuse e mandando in tribunale chi cerca di salvare vite nell’Egeo. Domani nell’isola di Lesbo inizierà il primo processo. Sul banco degli imputati la giovane siriana Sarah Mardini, il tedesco Sean Binter e il greco Nasos Karakitsos, tutti esponenti della ong greca Erci. Ci sono anche altri 22 imputati accusati perché i loro numeri si trovavano nel cellulare dei responsabili.

L’atto d’accusa risale al 2018 e Karakitsos, parlando con il manifesto, lo attribuisce alla volontà della polizia di Lesbo di guadagnare meriti, sostenendo di aver «bloccato» il flusso migratorio, dopo aver represso con violenza le proteste dei migranti per le inumane condizioni del campo di Moria. I poliziotti hanno anche voluto strafare, accusando la Ong di spionaggio, ma il procuratore ha ritenuto che non ci fossero elementi di prova, quindi i segugi del commissariato di Lesbos stanno ancora cercando le tracce degli 007 nemici. Ma anche le prove del presunto traffico di immigrati sfiorano il ridicolo. I volontari sono accusati di essere entrati abusivamente nelle frequenze Vhf della Guardia Costiera, quando fino al 2020 era obbligatorio per ogni battello avere accesso a tali frequenze. Egualmente inconsistente è l’accusa di aver usato targhe false. Il furgoncino della Erci ha sempre circolato con i contrassegni della ong in evidenza. Ma era un veicolo che apparteneva alle forze armate, comprato usato dall’Erci e nella nuova immatricolazione qualcuno aveva posto la nuova targa sopra la vecchia. Secondo il difensore, l’unica accusa preoccupante è quella di «organizzazione criminale».

«Abbiamo sempre lavorato in collaborazione con la Guardia Costiera e con l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati. La maggior parte degli altri 22 imputati sono proprio funzionari del Unhrc», ci dice Karakitsos, il quale, insieme con gli altri due, ha già scontato quattro mesi di detenzione dall’agosto del 2018, quando le tv private di destra sparavano in primo piano le immagini dei «trafficanti arrestati». Campagna denigratoria che si è interrotta di colpo quando si è saputo che Sarah Mardini era a sua volta una rifugiata approdata all’isola nel 2015 insieme con la sorella Yusra Mardini, in seguito due volte campionessa olimpionica di nuoto. In quella occasione Sarah era riuscita ad arrivare alla costa a nuoto, trascinando un barcone semiaffondato con 18 persone a bordo.

Nell’isola di Chios si sta svolgendo in questi giorni il processo d’appello contro tre immigrati, condannati in primo grado a durissime pene con l’accusa di essere trafficanti. I tre, il siriano Mohamad Abdi e gli afghani Zahir Amir e Rasuli Aqif, devono la loro condanna alla testimonianza di un unico agente della Guardia Costiera che sostiene di aver visto loro mentre tenevano il timone del barcone. Abdi, del tutto digiuno di cose marinaresche, non ha negato di aver preso in mano il timone quando il barcone stava affondando, riuscendo così a salvare la vita a 34 profughi ma non a tre donne che sono morte cadendo in mare. Ma questo non ha convinto la corte dell’isola che lo ha condannato a ben 142 anni di galera. Al processo di primo grado l’accusa contro Aqif ha usato l’argomento che sul barcone non c’era la sua famiglia e contro Amir l’argomento opposto, visto che due delle vittime erano membri della sua famiglia. I tre imputati hanno visitato in segno di solidarietà 14 eurodeputati del PSE, della Sinistra e dei Verdi.

* Fonte: Dimitri Deliolanes, il manifesto



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