Vaccini «bene comune», paesi ricchi tradiscono la promessa

Vaccini «bene comune», paesi ricchi tradiscono la promessa

Vaccini. Covax ha finora distribuito appena 494 milioni di dosi da dividere tra 144 Stati, una miseria

 

A partire dal 1 dicembre, anche in Italia i quarantenni in buona salute riceveranno la terza dose di vaccino. L’annuncio rappresenta l’ennesimo colpo da parte dei paesi ricchi alle speranze di solidarietà ed equità nella lotta alla pandemia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, per voce del suo direttore generale Teros Adhanom Ghebreyesus, aveva più volte implorato i governi di non somministrare i richiami vaccinali nelle persone sane, almeno finché in tutti i paesi del mondo non si fosse vaccinato il 10% della popolazione. La consegna delle dosi ai paesi ricchi, infatti, rallenta l’invio dei vaccini nel resto del mondo, dato che la produzione di vaccini è inferiore alla domanda. Prima dell’annuncio del ministro della salute Speranza, l’appello dell’Oms era stato già ignorato da i governi di Usa, Regno Unito, Germania, Francia, Turchia, Israele e numerosi altri paesi.

L’Oms non è un’organizzazione umanitaria. Nei suoi organi di governo siedono i rappresentanti di tutte le nazioni, Italia compresa. Dunque gli appelli del suo direttore generale rappresentano, almeno in teoria, tutti i governi compreso il nostro. Nei consessi internazionali, in effetti, anche il presidente di turno del G20 Mario Draghi aveva fatto propria la retorica dell’Oms. Al summit di Roma aveva parlato di «differenze moralmente inaccettabili» a proposito delle disuguaglianze nella disponibilità di vaccini tra paesi ricchi e paesi poveri. E aveva dichiarato «È stato un successo» alla sua chiusura. In realtà, non si è mai osservata tanta distanza tra la retorica delle dichiarazioni ufficiali e la realtà. I paesi rimasti sotto la soglia fissata dall’Oms sono attualmente ben 44, quasi tutti localizzati in Africa.

L’invio di grandi forniture di vaccini verso il sud del mondo doveva essere un gesto non solo umanitario, ma dettato da «altruismo interessato», per usare l’espressione dell’epidemiologo Gianni Rezza, direttore generale della prevenzione al ministero della salute ed esperto di lotta alle malattie infettive. «È necessario rendere accessibile il vaccino in tutti i Paesi. Anche ai più poveri di risorse» aveva detto Rezza poche settimane fa. «L’esperienza del Brasile, del Sudafrica, dell’India insegna che lasciar circolare il virus facilita lo sviluppo di varianti». Cioè di ceppi virali in grado di vanificare le vaccinazioni già effettuate.

Eppure, è bastato un calo dal 92% all’82% nella difesa dei vaccini dal rischio di ricovero perché anche l’Italia avviasse il richiamo su larga scala, con buona pace della narrazione del «vaccino bene comune» più volte ripetuta dallo stesso ministro Roberto Speranza. E la circolare dell’11 novembre che dà il via alla terza dose porta proprio la firma di Rezza.

La pandemia da cui «saremmo usciti migliori» ha visto tradite tutte le speranze di cooperazione tra paesi ricchi e poveri. Il voltafaccia sui vaccini si misura nelle cifre comunicate quotidianamente dal programma Covax, il fondo dell’Oms che avrebbe dovuto acquistare dosi dalle società farmaceutiche ma a cui gli stati ricchi hanno lasciato solo le briciole. Si tratta della principale iniziativa volta a bilanciare gli squilibri nell’accesso ai vaccini. Al suo lancio, il programma si era dato l’obiettivo di fornire due miliardi di dosi di vaccino ai paesi a basso e medio reddito entro la fine del 2021.

Invece della beneficenza, Covax avrebbe puntato su meccanismi di mercato: raccogliendo investimenti dai governi interessati e donazioni da governi e miliardari privati che se le possono permettere, il fondo puntava a raccogliere un capitale sufficiente per giocare al tavolo dei grandi e contendere le dosi ai paesi più ricchi. Sulla carta, i soldi incassati da Covax non sono stati pochi. Tra acquisti, donazioni e prenotazioni, Covax avrebbe diritto a 5,6 miliardi di dosi di vaccino. L’iniziativa però si è scontrata con il fatto che il mercato dei farmaci è tutto tranne che libero, e nemmeno chi ha molti soldi da spendere se la cava.

I monopoli brevettuali, la concentrazione del know how in pochi paesi, gli investimenti governativi a favore delle multinazionali farmaceutiche distorcono la concorrenza a favore dei governi più forti, come Usa, Ue, Regno Unito e India. Il programma Covax ha finora distribuito appena 494 milioni di dosi da dividere tra 144 paesi, una miseria. Per fortuna le consegne stanno accelerando: nell’ultimo mese, le dosi distribuite sono state 130 milioni, contro gli 80 milioni del mese precedente. Ma l’obiettivo dei due miliardi, a un mese e mezzo dalla scadenza e con ancora l’80% di strada da fare, appare irraggiungibile.

L’ultima promessa tradita dei ricchi è quella della multinazionale farmaceutica AstraZeneca. Il suo vaccino, messo a punto dall’università di Oxford, è stato finora quello più economico, con prezzi che si aggirano intorno ai 3 dollari a dose. L’azienda si era infatti impegnata a vendere il proprio vaccino al prezzo di costo per tutta la durata della pandemia per favorire l’accesso ai paesi più poveri. La casa farmaceutica anglo-svedese deve aver deciso che il tempo delle opere di bene è finito, nonostante la pandemia sia tuttora in corso e anzi i casi di Covid-19 a livello globale aumentino.

Secondo l’amministratore delegato Pascal Soriot, a partire dal quarto trimestre del 2021 il vaccino inizierà a garantire all’azienda e ai suoi azionisti «un modesto profitto». «Il progetto era partito con scopi umanitari» ha detto Soriot venerdì in conferenza stampa. «Ma avevamo avvertito che a un certo punto avrebbe seguito una logica commerciale».

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto



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