Whirlpool non rispetta gli accordi e invia 321 lettere di licenziamento

Whirlpool non rispetta gli accordi e invia 321 lettere di licenziamento

Multinazionali in Italia. Nonostante l’attesa per la sentenza del tribunale di Napoli e gli impegni del governo gli americani non vogliono attendere. La Fiom: tracotanza senza limiti, ma continueremo la lotta

 

Non ha atteso neanche la pronuncia del tribunale di Napoli sul ricorso per comportamento antisindacale. Non ha atteso nemmeno che il governo riuscisse a mantenere la promessa di continuità occupazionale verso il «consorzio» che dovrebbe reindustrializzare la fabbrica di via Argine (martedì altro tavolo inconcludente al Mise). Whirlpool ieri ha recapitato le lettere di licenziamento ai 321 lavoratori di Napoli rimasti, senza avvertire i sindacati. Sono stati i primi a riceverle ad avvisarli.

A soli cinque giorni dallo sciopero nazionale che ha bloccato tutti gli stabilimenti italiani in solidarietà coi colleghi napoletani, la multinazionale americana in questi due anni dall’annuncio della chiusura ha dimostrato totale spregio delle relazioni istituzionali e sindacali.

«La tracotanza di Whirlpool non ha limiti – denunciano subito Barbara Tibaldi e Rosario Rappa della Fiom – . La multinazionale, contravvenendo agli impegni presi, ha inviato nel pomeriggio le prime lettere di licenziamento. Questo ennesimo atto di arroganza arriva proprio mentre aspettiamo la sentenza del Tribunale di Napoli, a dimostrazione del fatto che Whirlpool, oltre a fare carta straccia degli accordi sindacali siglati con il governo, non rispetta neanche la magistratura italiana. A giorni – continua la Fiom – il governo deve convocarci con i ministri al Lavoro e dello Sviluppo economico che dovranno assumersi la responsabilità di dare continuità occupazionale alle lavoratrici e ai lavoratori di Napoli. Un percorso che scongiuri i licenziamenti, per noi inaccettabili. La lotta proseguirà fino a quando lo stabilimento non riprenderà a produrre: non abbandoneremo mai le lavoratrici e i lavoratori».

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto



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