Disastri ambientali, i costi per i paesi ricchi

Disastri ambientali, i costi per i paesi ricchi

Clima. Secondo Christian Aid, le 10 peggiori calamità del 2021 hanno causato danni per 170 miliardi di dollari (esclusi i paesi poveri)

 

I dieci peggiori disastri meteorologici del 2021 hanno causato in totale danni per 170 miliardi di dollari, una cifra in aumento rispetto al 2020 e che riflette il crescente impatto del riscaldamento globale. Il conto degli eventi estremi lo ha fatto Christian Aid, una Ong britannica, che il 27 dicembre ha pubblicato il rapporto Counting the cost 2021. A year of climate breakdown.

LE CALAMITA’ CLIMATICHE più impattanti – dalla tempesta di neve invernale che ha colpito il Texas tra il 2 e il 20 febbraio 2021 all’alluvione di novembre nella provincia canadese della British Columbia – hanno anche causato almeno 1.075 vittime e oltre 1,3 milioni di sfollati. Nel 2020, invece, l’ammontare del danno economico dei 10 eventi meteorologici più «costosi» era stato calcolato in quasi 150 miliardi di dollari dalla stessa Ong, la quale sottolinea che la maggior parte delle stime «si basano esclusivamente sui danni assicurati, il che suggerisce costi reali ancora più elevati».

LA CLASSIFICAZIONE economica utilizzata da Christian Aid (che lavora per sradicare le cause della povertà, sforzandosi di raggiungere l’uguaglianza, la dignità e la libertà per tutti, indipendentemente dalla fede o dalla nazionalità) ha il limite di considerare quasi esclusivamente i disastri avvenuti nei Paesi ricchi, quelli cioè che hanno infrastrutture più sviluppate e meglio assicurate. È la stessa organizzazione, però, a ricordare dalle pagine del rapporto che «alcuni degli eventi meteorologici estremi più devastanti del 2021 hanno colpito i Paesi poveri, che hanno contribuito poco alle cause del cambiamento climatico» e dove la maggior parte dei danni non è assicurata. Le inondazioni in Sud Sudan, ad esempio, hanno colpito circa 800 mila persone, anche se il loro costo economico non è stato nemmeno quantificato.

KAT KRAMER, RESPONSABILE delle politiche climatiche di Christian Aid, ha commentato: «I costi del cambiamento climatico sono stati gravi quest’anno, sia in termini di perdite finanziarie oculari che di morte e spostamento di persone in tutto il mondo. Che si tratti di tempeste e inondazioni in alcuni dei Paesi più ricchi del mondo o di siccità e ondate di calore in alcuni dei più poveri, la crisi climatica ha colpito duramente nel 2021. Mentre è stato bello vedere alcuni progressi fatti al summit COP26, è chiaro che il mondo non è sulla buona strada per garantire un mondo sicuro e prospero».

IL DISASTRO PIU’ COSTOSO TRA QUELLI censiti è stato la tempesta Ida, quella che si è verificata tra fine agosto e inizio settembre, classificata come uragano di Categoria 4. In Louisiana, un milione di persone sono rimaste senza elettricità. Sulla costa Est degli Stati Uniti, inondazioni hanno toccato gli Stati del Delaware, della Pennsylvania, del New Jersey e New York City, per un costo di 65 miliardi di dollari.

AL SECONDO POSTO VENGONO le terribili alluvioni di luglio in Germania, Belgio e in altri Paesi europei limitrofi, di cui forse alcuni ricordano le immagini in tv, con 43 miliardi di dollari di perdite. Segue sul podio la tempesta invernale Uri negli Stati Uniti, quella che ha colpito anche la rete elettrica, lasciando milioni di persone senza luce né riscaldamento e causando 23 miliardi di danni. Un quarto disastro ha superato i 10 miliardi di dollari di danni: l’inondazione della provincia cinese di Henan, a luglio, che è costata 17,6 miliardi di dollari e ha visto sfollare circa 300 mila persone. Ancora, le inondazioni nella Columbia Britannica in Canada di novembre (7,5 miliardi) e l’ondata di freddo che a fine aprile ha devastato tanti vigneti prestigiosi in Francia (5,6 miliardi).

PER FINIRE, A MAGGIO INDIA e Bangladesh sono state colpite dal ciclone Yaas, che ha causato 3 miliardi di dollari di danni. Dal Bangladesh Nushrat Chowdhury, consulente di Christian Aid per la giustizia climatica nel Paese asiatico, racconta anche della minaccia «sempre crescente legata all’innalzamento del livello del mare» e aggiunge: «Ero alla COP26 a Glasgow e mentre abbiamo sentito molte parole calorose dai politici, ciò di cui abbiamo bisogno è un’azione che veda le emissioni diminuire rapidamente e il sostegno dato a chi ne ha bisogno. È stato deludente andarsene senza un fondo per aiutare effettivamente le persone che stanno soffrendo perdite permanenti a causa del cambiamento climatico. Dare vita a questo fondo deve essere una priorità globale nel 2022».

IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE del report, Christian Aid ha commissionato un sondaggio a Savanta ComRes, rilevando che nonostante la pandemia domini i titoli dei giornali il pubblico britannico pensa che la crisi climatica dovrebbe essere la priorità principale del governo per il 2022. Agli intervistati è stato chiesto quale dovrebbe il buono proposito della politica per il nuovo anno, e per il 27% è affrontare il climate change, seguito dal 23% per l’assistenza sanitaria, dal 14% per l’economia, dal 9% per l’assistenza sociale, dall’8% per la criminalità, dal 6% per gli alloggi e dal 4% per l’istruzione. «È bello vedere che il pubblico britannico è consapevole della minaccia causata dal tracollo climatico e vuole vedere azioni del governo. Se il primo ministro vuole costruire sull’eredità della COP26, deve assicurarsi che il cambiamento climatico sia una priorità nel 2022».

A META’ DICEMBRE ANCHE il riassicuratore Swiss Re ha pubblicato una stima globale del costo dei disastri naturali nel 2021 in tutto il mondo, stimata in circa 250 miliardi di dollari, in crescita del 24% rispetto al 2020. «Il cambiamento climatico ci manderà in bancarotta, e lungo la strada, perderemo molto di più del denaro» commenta Rachel Mander, un membro del Young Christian Climate Network che ha partecipato a una staffetta a piedi fino a Glasgow per il COP26. «Per evitare questa bancarotta – continua – dobbiamo intraprendere azioni coraggiose, assicurandoci che il peso dei costi sia distribuito e non peggiori la disuguaglianza globale, rendendo anche più costose le attività che guidano il cambiamento climatico».

* Fonte: Luca Martinelli, il manifesto



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