Repubblica democratica del Congo, basta impunità

Repubblica democratica del Congo, basta impunità

Terza e ultima puntata dell’inchiesta multimediale sulle responsabilità dell’Ue e della comunità internazionale sulla situazione dei diritti umani e delle violenze contro le popolazioni civili nella Repubblica democratica del Congo, in relazione alle immense risorse del suo sottosuolo

Dai killer di Lumumba alle aziende occidentali che fanno incetta di minerali portando fame e insicurezza tra le comunità locali, nessuna giustizia all’orizzonte per i crimini commessi nella RdC. La richiesta di un Tribunale penale internazionale ad hoc. E il potere dei consumatori europei. Lo scrittore e attivista Vava Tampo: «Se il colore della pelle dei congolesi fosse stato più chiaro…»

 

 

«Se il colore della pelle dei congolesi fosse più chiaro, al mondo sarebbe importato di più di quello che stiamo vivendo oggi e la comunità internazionale si sarebbe preoccupata molto di più di noi». È la denuncia verso l’occidente di Vava Tampa, scrittore e attivista congolese e fondatore della ong Save the Congo, che da 10 anni ha l’obiettivo di restaurare la pace nel paese attraverso la riforma del sistema giudiziario

TAMPA RACCONTA al manifesto come l’impunità qui l’abbia sempre fatta da padrone, anche da quando la Repubblica democratica del Congo (RdC) è tornata indipendente dal Belgio nel 1960. Joseph Mobutu, che è stato al potere per 32 anni, non è mai stato ritenuto responsabile dei suoi crimini, «il Congo non lo ha mai indagato», sottolinea Tampa, neanche per il suo ruolo nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo leader democraticamente eletto del Paese.
L’Onu ha catalogato oltre 500 crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel Paese in un documento del 2009 chiamato Rapporto della mappatura della Repubblica democratica del Congo. Viene citato anche il genocidio, ma nessuno responsabile di tali crimini è stato ritenuto davvero colpevole.

A differenza di alcune commissioni d’inchiesta con un mandato specifico per identificare gli autori delle violazioni e renderli responsabili delle loro azioni, l’obiettivo del rapporto non era di stabilire la responsabilità penale individuale. Il suo scopo era invece quello di esporre in modo trasparente la gravità delle violazioni commesse, con l’obiettivo di favorire un approccio volto a spezzare il ciclo dell’impunità. Ma dal 2009 a oggi non si è fatto alcun passo avanti.

LA SOLUZIONE che Save the Congo ha messo in piedi include 4 angoli di azione, le cosiddette “4 I”: impunità, insicurezza, commercio illecito di minerali e fallimento istituzionale. Per fare questo, collaborano con gruppi di studenti, parlamentari, leader religiosi e Organizzazioni non governative attive in Congo (e giovani congolesi dentro e fuori il Paese) in campagne per diffondere la consapevolezza, fare pressioni per cambiamenti politici e organizzarsi per la giustizia e la democrazia.

«L’impunità è il collante che lega la rete criminale e gli omicidi, i saccheggi, gli stupri e la corruzione che imperversano nel Congo» sottolinea Tampa.
Altra associazione che lavora sul campo direttamente in Congo è la ong Lucha, acronimo di «Lotta per il cambiamento», che si batte per la dignità umana e la giustizia sociale. Fondato nel 2012, questo movimento cittadino riunisce diverse centinaia di giovani in tutto il Paese. Nonostante gli arresti della polizia e, a volte, gli omicidi, i suoi attivisti hanno adottato la non violenza come base delle loro azioni.

COME SPIEGA AL MANIFESTO l’attivista di Lucha Miel Kaghulalo, «Le persone che hanno tentato di portare un cambiamento in passato hanno usato la violenza che ha colpito intere famiglie innocenti. Per noi non si può lottare per la giustizia e la pace in Congo se le nostre azioni comportano violenza anche su una sola persona». In Congo ad aggravare la situazione, secondo un recente rapporto dell’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), è la fame per 27 milioni di persone – circa un quarto della popolazione – con 860.000 bambini sotto i cinque anni gravemente malnutriti.

E per la prima volta si registrano livelli di fame simili nelle città e nelle zone rurali, con più di 40 milizie locali e straniere che combattono per il controllo delle zone di estrazione dei minerali essenziali alla produzione di telefoni cellulari e auto elettriche. Le previsioni rimangono fosche per il 2022.

A PEGGIORARE IL QUADRO ci sono le statistiche dello scorso aprile condivise dalla Banca mondiale, secondo cui la Repubblica democratica del Congo è il terzo Paese più povero al mondo. L’organizzazione internazionale ha stimato che nel 2018 il 73% della popolazione congolese, pari a 60 milioni di persone, vivesse con meno di 1,90 dollari al giorno. In questo modo, circa una persona su sei che vive in condizioni di estrema povertà nell’Africa Sub-Sahariana vive in Congo

«Noi di Lucha cerchiamo di sensibilizzare la popolazione a non aderire ai gruppi armati. Siamo un paese con enormi giacimenti e minerali. Ma siamo anche il Paese con un alto numero di poveri – continua Kaghulalo – C’è una maggiore povertà, anche intorno ai siti minerari. Non è normale non sapere nemmeno chi è responsabile delle estrazioni. Non conosciamo nemmeno la catena produttiva per la quale passano i minerali».

IL BUSINESS DELL’ESTRAZIONE dei minerali è la principale concausa dell’instabilità e della povertà del Congo. Lo spiega bene un rapporto del 2019 di Responsible Sourcing Network (Rsn), ong statunitense che lavora per porre fine alle violazioni dei diritti umani e al lavoro forzato associati alle materie prime presenti nei prodotti che usiamo ogni giorno. Il 20% delle miniere di estrazioni minerarie è considerato a conduzione «artigianale» avendo poi un impatto sui diritti umani e la vita dei lavoratori.

L’analisi di Rsn sulla compliance aziendale ai sensi del Dodd-Frank Act statunitense che regola l’importazione dei minerali da zone di conflitto analizza gli sforzi delle aziende per agire e segnalare pubblicamente le proprie pratiche. La due diligence da parte delle aziende rispetto a stagno, tantalio, tungsteno e oro (3TGs) è ancora una volta inferiore agli intenti. Con un punteggio medio nel 2019 di 40, 1 su 100, c’è un calo rispetto al 40,3 del 2018, i punteggi del campione di società analizzate da Rsn continuano a diminuire.

Il confronto tra il 2018 e il 2019 mostra il mancato impegno di un gran numero di imprese, evidenziato dalla flessione o stagnazione del 59,8% delle aziende analizzate. Si va dal settore della produzione di hardware e software per computer a quello dell’automotive con grandi brand tra cui Apple, Microsoft, Ford, Tesla, Intel e Garmin.

PROPRIO QUEST’ULTIMA è entrata nel mirino di un gruppo di escursionisti italiani che utilizzano i prodotti gps della multinazionale tech americana. Il loro capofila è Alberto Zorloni, veterinario tropicalista e appassionato di montagna. Dopo due missioni come veterinario in Congo sì è interessato al tema dei minerali da zone di conflitto e del conseguente non rispetto dei diritti umani. «Sono convinto che si vota anche andando al supermercato, acquistando i prodotti o scegliendo la propria banca. Le aziende dovrebbero riuscire a imporre i loro standard, ma non lo fanno. Il potere di scelta di noi consumatori potrebbe avere un grande impatto sulle vendite di prodotti che interessano le vite umane e porterebbe a un cambio delle politiche di produzione», spiega Zorloni.

IL POTERE DEI CONSUMATORI si lega quello degli attivisti, ma sono governi dei grandi stati occidentali a non agire per coprire i loro stessi interessi. «Vogliamo che l’Unione europea, il Parlamento europeo, approvino una risoluzione per chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di istituire un Tribunale penale internazionale per il Congo», aggiunge Vava Tampa. «L’unica ragione che impedisce la creazione di un tribunale così è che l’Occidente non vuole che il presidente del Ruanda Paul Kagame venga ritenuto responsabile dell’uccisione di milioni di congolesi per aver finanziato le bande di miliziani».

(3. Fine)

* Fonte: Michele Calamaio, Lorenzo Di Stasi, il manifesto

 



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