Guerra tiepida: «Atomiche di Mosca in base russa di fronte agli Usa»

Guerra tiepida: «Atomiche di Mosca in base russa di fronte agli Usa»

Nyt: «Atomiche di Mosca in base russa di fronte agli Usa»

 

L’allarme arriva sempre dal New York Times e riguarda questa volta la possibilità che l’esercito russo sposti sulla sua costa orientale armi atomiche, una misura che potrebbe essere interpretata come una «minaccia diretta» dagli apparati di sicurezza americani. «Ci sono stati segnali, mai espliciti», che questo possa avvenire, ha scritto il quotidiano citando interventi a porte chiuse di diplomatici ed esperti di politica estera.

Secondo l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, o Ican, le forze armate russe hanno a disposizione almeno 6.257 testate atomiche. Nessuno conosce con assoluta certezza l’esatta disposizione dell’arsenale, ma è lecito supporre che un numero sufficiente a riportare all’età del ferro mezzo emisfero già si trovi nelle installazioni costruite fra il Mare di Okhotsk e quello di Bering. Non è del tutto chiaro, quindi, quale vantaggio strategico i russi intenderebbero ottenere spostando altre armi verso Oriente.

Per il New York Times l’operazione permetterebbe di ridurre al limite di cinque minuti i tempi di allarme dopo un ipotetico attacco agli Stati Uniti. Ma senza alcun dato a sostegno, il rischio vero è che il rapporto finisca semplicemente per assecondare l’approccio da Guerra fredda che avanza nell’Amministrazione Biden. Con una differenza significativa: allora, negli anni Sessanta, c’erano missili diretti ai Caraibi, a migliaia di chilometri dai confini dell’Unione sovietica; oggi, forse, si tratta della base di Vladivostok, nella regione russa del Primorskij Kraij.

Le tensioni tra Stati Uniti e Russia restano in ogni caso al livello di allerta. Già lo scorso dicembre il viceministro degli Esteri Sergey Ryabkov ha detto apertamente che la Russia potrebbe impiegare missili a medio raggio nella parte europea del paese nel caso in cui la Nato dovesse accettare fra i nuovi soci Ucraina o Georgia. Il vertice a Bruxelles della scorsa settimana con i rappresentanti dell’Alleanza atlantica al quale ha preso parte lo stesso Ryabkov non è bastato a chiudere un’intesa.

Al centro dello scontro c’è com’è noto lo status dell’Ucraina. Il presidente, Volodymyr Zelensky, ha chiesto con forza di far parte della Nato. Il capo del Cremlino, Vladimir Putin, considera l’adesione una «linea rossa» per la sicurezza nazionale. La crisi ha condotto l’intelligence americana a formulare un’ampia serie di ipotesi, compresa quella sempre meno credibile di un’invasione russa dell’Ucraina. Il paese affronta peraltro da mesi una preoccupante crisi politica, oltre alla guerra civile nel Donbass. Il leader della Piattaforma di opposizione, Viktor Medvedchuk, è agli arresti domiciliari dallo scorso maggio. E ieri a Kiev è cominciato il processo per tradimento contro Petro Poroshenko, che è stato presidente dal 2014 al 2019 ed è ora sotto accusa per l’acquisto di carbone dalle province ribelli di Donetsk e Lugansk. Poroshenko è tornato in patria ieri per assistere all’udienza in tribunale. All’aeroporto Zhuliany è stato accolto da migliaia di sostenitori. La procura ha chiesto una cauzione record per lasciarlo in libertà: trenta milioni di euro.

Nei cinque anni al palazzo presidenziale, Poroshenko ha portato avanti un programma politico aggressivo, in particolare su temi come lingua e cultura, divenuti divisivi dopo la rivolta del 2014. In base a una delle leggi approvate proprio nel corso del suo mandato, tutti i giornali a diffusione nazionale devono essere pubblicati a partire da questa settimana esclusivamente in ucraino. Il rispetto della norma sarà garantito da un commissario alla lingua e dai suoi funzionari regionali. Oggi Poroshenko si trova in una condizione molto simile a quella dell’ex leader di opposizione Yulia Timoshenko, incarcerata un decina di anni fa per un accordo sul gas firmato con la Russia nel periodo in cui era premier.

La condanna contro Timoshenko sollevò prima l’indignazione e poi le sanzioni economiche dell’Europa. Il capo dello Stato era in quel periodo Viktor Yanukovich, considerato «filorusso».

A Zelensky, salito al potere nel 2019 con l’esplicito intento di entrare nella Nato, le autorità europee non ritengono necessario chiedere garanzie sui processi agli oppositori. E’ un’altra pessima notizia per Poroshenko, e, in fin dei conti, per le speranze democratiche del paese.

* Fonte: Luigi De Biase, il manifesto



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