Italia/Arabia saudita. «Carri armati a bordo» della nave Bahri Yanbu

Italia/Arabia saudita. «Carri armati a bordo» della nave Bahri Yanbu

La nave-cargo saudita arriva al porto di Genova. Una fonte al manifesto: dentro una decina di veicoli militari partiti da una compagnia canadese e diretti a Riyadh. Le 40 casse imbarcate a La Spezia sono irraggiungibili: eppure cosa transita per gli scali italiani non dovrebbe essere nascosto

 

Sulla Bahri Yanbu ieri il lavoro di carico e scarico al porto di Genova è iniziato all’alba. Era attraccata nella notte, proveniente da La Spezia dove da fonti locali avevamo appreso dell’imbarco di circa 40 casse, mittente sconosciuto.

Cosa fosse destinato alla stiva di una delle navi-cargo della compagnia saudita Bahri, che da anni fa la spola tra Stati uniti, Europa e Arabia saudita, non è stato possibile accertarlo nemmeno a Genova, porto ribelle: è qui che la lotta dei portuali, a cominciare dallo sciopero della Cgil e sostenuto dai lavoratori della Compagnia Unica e dalla battaglia portata avanti dal Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali), ha ottenuto di non caricare più a bordo del «pendolino» saudita armi utilizzabili nell’infinita guerra contro lo Yemen.

«Le 40 casse imbarcate a La Spezia sono nascoste, non ci si riesce ad arrivare – ci dice una fonte presente allo scalo genovese, nella pancia della Bahri Yanbu – Sarebbe azzardato fare ipotesi». Irraggiungibili ai camalli, dunque, i materiali imbarcati in uno dei più importanti distretti industrial-militari d’Italia, il porto spezino scelto come riserva dopo lo sciopero del 2019 con cui i portuali hanno «liberato» Genova dalle armi.

Le navi-cargo della flotta Bahri, però, continuano a fare scalo a Genova. Imbarcano e sbarcano materiale, tramite l’agenzia marittima Delta del Gruppo Gastaldi, quella che detiene il contratto con la compagnia saudita. Di solito avviene alla presenza di Digos e forze dell’ordine (come del resto a La Spezia dove lunedì, ci hanno raccontato, il dispiegamento era ingente). Un modo per evitare interferenze al lavoro, dopo i presidi e le battaglie degli anni passati.

«Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo – continua la nostra fonte a Genova – Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati uniti». Tra due macchinari industriali e uno yacht («Non sarà certo destinato ai normali cittadini, immagino»), diretti a Riyadh ci sono anche una decina di veicoli militari: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone».

I veicoli arrivano dal Canada, spediti dalla General Dinamic Land Systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia reale della capitale saudita. «È uno dei tanti viaggi della Bahri gestito dall’agenzia Delta in cui abbiamo visto trasportare armi. Altro che segreto di pulcinella», conclude la fonte.

I veicoli militari della General Dinamic Land Systems, diretti alla Royal Guard di Riyadh (Foto: Il Manifesto)

Perché la legge 185 del 1990 vieta anche questo, il transito per i porti italiani di materiale bellico destinato a paesi in guerra, come lo è l’Arabia saudita, a capo della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda ininterrottamente lo Yemen. Una guerra con un carico di 377mila morti, secondo le Nazioni unite, di cui il 60% per cause indirette (fame, malattie).

A sostenere l’operazione militare è anche la flotta della Bahri, sei navi che compiono sempre la stessa rotta (dagli Stati uniti a Gedda, passando per il Belgio, la Spagna, l’Italia), utile all’approvvigionamento militare della petromonarchia. Si stima che solo la Bahri porti a Riyadh il 75% delle armi e dei materiali bellici acquistati in giro per il mondo, a partire da Usa e Regno unito. Due mesi per andare e due mesi per tornare, ma sono talmente tante che – in media – ogni 15 giorni una delle Bahri tocca il territorio saudita.

Cosa ci sia a bordo non dovrebbe essere un mistero: le dogane sanno cosa è contenuto nelle stive delle navi, devono saperlo per poterle movimentare e anche per «anticipare» eventuali problemi. A cominciare dagli esplosivi, uno dei punti dolenti oltre a quello prettamente politico e morale: i porti italiani sono parte integrante delle città, inseriti al loro interno, abbracciati dai quartieri delle comunità marittime. Lasciare per giorni navi cariche di armi a pochissima distanza dalla cittadinanza è solo uno degli azzardi di un potere che finge di non vedere.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



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