Argentina, manifestazioni a oltranza contro l’accordo con il Fmi

Argentina, manifestazioni a oltranza contro l’accordo con il Fmi

America latina. Il presidente Alberto Fernández cerca una sponda all’estero: incontra Putin e Xi Jinping

 

Contro l’intesa raggiunta con il Fondo monetario internazionale dal governo di Alberto Fernández, le forze popolari annunciano battaglia. La grande marcia di martedì che ha riempito Plaza de Mayo e le massicce mobilitazioni che hanno avuto luogo in altre città, da Neuquén a Tucumán, da Jujuy a Mendoza, da Salta a Cordoba, potrebbero essere solo un antipasto: fino a quando il Congresso non voterà l’accordo, hanno fatto sapere i manifestanti, le mobilitazioni proseguiranno in tutto il paese, nella convinzione che l’unico debito da pagare sia quello con la classe lavoratrice e con la natura.

IL GOVERNO del Frente de todos – hanno sottolineato i rappresentanti di partiti e gruppi di sinistra, movimenti sindacali, associazioni di difesa dei diritti umani, organizzazioni sociali, studentesche e ambientaliste – ha stretto un patto con l’Fmi che porterà ancora «più dipendenza, estrattivismo e povertà», legittimando «la monumentale frode» realizzata durante la presidenza di Mauricio Macri. Non per niente “i mercati” hanno esultato per l’intesa, su cui non sono mancate le valutazioni positive di imprenditori e banchieri.
Il giudizio delle organizzazioni, al contrario, è impietoso: l’accordo sulla ristrutturazione del debito di oltre 44 miliardi di dollari contratto nel 2018 sarà condizionato alle revisioni trimestrali degli inviati del Fondo monetario, i quali dovranno verificare se il governo avrà fatto correttamente i compiti. Cioè, se avrà aumentato le tariffe, tagliato le spese pubbliche, ridotto i sussidi destinati all’energia, favorito le esportazioni – perpetuando dunque il «saccheggio finanziario, economico ed estrattivista» – per racimolare i dollari necessari al pagamento del debito.

SARÀ, INSOMMA, «un co-governo con l’Fmi», con conseguente perdita di sovranità del paese. E con l’aggravante che in tal modo «verrà consacrata l’impunità dei responsabili nazionali e internazionali di questo debito illegale, illegittimo, fraudolento e odioso e dei suoi beneficiari: i funzionari del governo Macri e dell’Fmi e le grandi imprese che hanno portato i capitali fuori dal paese».
E mentre il popolo scende in strada, il governo inizia a muovere i primi passi per assicurarsi il sostegno più ampio possibile all’interno del Congresso a favore dell’intesa con il Fondo monetario. Che i voti ci siano non sembrano esserci dubbi, ma la sfida, per il presidente Fernández, è evitare che le divisioni interne – con un gruppo di ben 30-40 deputati peronisti che potrebbero astenersi o votare contro – finiscano per spaccare il Frente de todos. Un pericolo tutt’altro che trascurabile dopo le clamorose dimissioni da capogruppo alla Camera dei deputati di Máximo Kirchner, figlio dello scomparso Néstor Kirchner e della vicepresidente Cristina Fernández, in polemica con «la strategia utilizzata» e ancor più con «i risultati ottenuti nei negoziati con il Fondo monetario». «Per alcuni, segnalare e proporre di correggere gli errori e gli abusi dell’Fmi è un’irresponsabilità. Per me è irrazionale e inumano non farlo», ha denunciato Máximo Kirchner nella sua lettera bomba, senza tuttavia abbandonare la coalizione.

È in questo complesso scenario che Alberto Fernández ha cercato una sponda all’estero, allo scopo di ridurre «una così forte dipendenza del suo paese dal Fondo monetario e dagli Stati uniti», secondo le parole pronunciate durante il suo incontro del 3 febbraio con Putin, al quale ha espresso l’auspicio che l’Argentina diventi per la Russia «una porta di ingresso in America latina», in vista di un suo «più deciso» protagonismo nella regione.

E «UNA NOTIZIA ECCELLENTE» è stata definita da Fernández l’adesione del paese alla Nuova via della seta lanciata dalla Cina nove anni fa. «L’Argentina otterrà più di 23 miliardi di dollari da investimenti cinesi per opere e progetti», ha scritto su Twitter dopo l’incontro a Pechino di domenica scorsa con il presidente Xi Jinping, evidenziando «il forte sostegno della Cina agli sforzi del paese per preservare la stabilità economica e finanziaria».
E pazienza se – stando a uno studio del laboratorio di ricerca AidData – per una quarantina di paesi a reddito medio e basso i massicci investimenti cinesi in progetti infrastrutturali si siano trasformati in debiti superiori al 10% del loro Pil, senza contare gli innumerevoli casi di corruzione, violazione delle normative sul lavoro e devastazione ambientale.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto

 

 

ph by Gastón Cuello, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons



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