Geopolitiche. Il nuovo ruolo del Qatar nel Golfo

Geopolitiche. Il nuovo ruolo del Qatar nel Golfo

Nella notte del 3 febbraio in un’operazione delle forze speciali statunitensi nel nord della Siria sono rimaste uccise almeno 13 persone, tra cui sei bambini. Tra di essi il capo dell’Isis, Al-Hashimi al-Qurayshi. Il suo predecessore, Abu Bakr al-Baghdadi, era a sua volta rimasto vittima di un analogo raid avvenuto il 27 ottobre 2019, sempre nel nord siriano, anche in quel caso con vittime civili e infantili.

Colpisce che, pur nelle profonde differenze politiche e personali, i due presidenti americani rispettivamente in carica, Joe Biden e Donald Trump, abbiano giustificato nello stesso modo le “vittime collaterali” – in entrambi i casi sarebbero stati i due leader dello Stato islamico a farsi saltare in aria, causando le morti dei loro congiunti – e utilizzato lo stesso linguaggio duro e propagandistico nel dare notizia degli avvenimenti. Per Biden, Al-Qurayshi si sarebbe fatto esplodere come «atto finale di disperata codardia». Per Trump, Al-Baghdadi, «è morto da codardo, dopo essere fuggito in un vicolo cieco, piangendo e urlando, è finito come un cane».

Come spesso in queste vicende, le esatte dinamiche e i dettagli degli avvenimenti si conosceranno solo tra molti anni, oppure mai; ma, quale che sia la verità, la storia degli ultimi decenni ci ha dimostrato che l’accusa di terrorismo, variamente declinata, è divenuta uno degli ingredienti fissi del confronto geopolitico e nelle esecuzioni extragiudiziali, sia che le accuse muovano da incontrovertibili dati di fatto, come nel caso dei capi dell’Isis, sia in situazione decisamente più opinabili, quale ad esempio l’omicidio del generale iraniano Quassem Soleimani e di suoi numerosi accompagnatori, avvenuto il 3 gennaio 2020 in un attacco con droni presso l’aeroporto internazionale di Bagdad, vale a dire in un paese terzo.

Un grave precedente che in un documento del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite venne così censurato: «la presa di mira del generale Soleimani e la morte di coloro che lo accompagnavano, costituiscono un omicidio arbitrario di cui, ai sensi del diritto internazionale umanitario, gli Stati Uniti sono responsabili».

L’etichetta “passe-partout” di terrorismo è stata spesso apposta – di nuovo: con minore o maggiore fondatezza o plausibilità – non solo a singole persone ma a interi paesi, talvolta per giustificarne l’invasione o il rovesciamento dei regimi. Qui la storia recente richiama alla memoria il caso dell’Afghanistan o della Libia o il teso confronto da tempo in corso tra Stati Uniti ed Iran.

Forse meno noto è il caso del Qatar, contro il quale alcuni degli altri paesi che si affacciano sul Golfo persico, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, unitamente all’Egitto, avevano avviato un boicottaggio politico ed economico nel 2017. Anche in quel caso l’accusa era stata di “sostegno al terrorismo”. Accusa estesa anche ad “Al-Jazeera”, emittente qatariota assai diffusa e seguita nel mondo arabo.

In questo caso, forse più che in altri, appare evidente come il richiamo al terrorismo diventi strumentale a un confronto di potere e di leadership nella delicata e strategica area, centrale nella estrazione e produzione di petrolio e gas.

Se volessimo raffigurarci quei paesi e gli attori maggiori come un medesimo corpo, data la loro contiguità fisica e geografica e i similari processi storici, semplificando potremmo individuare negli Emirati la testa, nell’Arabia Saudita il busto e nel Qatar le gambe. Dalla prospettiva dei diritti umani, analizzando le dinamiche socio-politiche e le scelte dei rispettivi governi negli anni più recenti, si può osservare come siano state le gambe a imprimere un movimento e una direzione evolutiva, mentre sia il busto che la testa sono rimasti immobili e semmai voltati all’indietro.

L’elezione di Biden a presidente USA e la sua politica tesa a ridefinire i rapporti del golfo, in particolar modo con l’Iran, ha indotto la stessa Arabia Saudita a reincludere il Qatar nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, forse anche “pentita” dalla rottura diplomatica da essa stessa imposta nei confronti di questo paese, verso il quale solo pochi anni addietro aveva rivolto un nutrito cahiers de doléances e di pressioni che, a loro volta, data la sua mancata sottomissione, avevano determinato le pesanti sanzioni che hanno colpito gli approvvigionamenti persino di beni di prima necessità ma che non hanno piegato il paese, sempre più insofferente rispetto ai tentativi egemonici dei regnanti sauditi ed emiratini e in cerca di un nuovo ruolo e di alleanze forti a livello globale. Come quella con gli Stati Uniti di Joe Biden, dopo l’emarginazione portata dalle scelte strategiche del suo predecessore.

Trump aveva infatti espresso sostegno preferenziale a sauditi ed emiratini nel quadro del Patto di Abramo con Israele, da lui stesso promosso. Con i paesi del Golfo intercorrono fortissimi interessi finanziari, energetici e connessi all’export di armamenti: a livello mondiale, se gli Stati Uniti sono il primo esportatore di armamenti, con il 37% del mercato, i Sauditi ne sono i primi importatori, con l’11% del totale, mentre il Qatar si colloca all’ottavo posto con il 3,8% e gli Emirati al nono, con il 3%.

Ora, dopo l’incontro con l’emiro Sheikh Tamim Bin Hamad Al-Thani dello scorso 31 gennaio, Biden è stato netto nel riconoscimento della partnership strategica tra Stati Uniti e Qatar e nel volerlo designare quale maggiore alleato non NATO. Naturalmente, anche questo importante passaggio politico e diplomatico che potrà modificare gli scenari nel Golfo e, in essi, il peso del Qatar, è stato sigillato e reso possibile anzitutto dagli interessi economici: nello specifico, la firma di un accordo da 20 miliardi di dollari tra Boeing e Qatar Airways Group (cfr. il comunicato della Casa Bianca).

Assieme, ha certo contribuito il fondamentale appoggio fornito dal Qatar alla soluzione della lunga guerra afgana, facilitando il dialogo e l’accordo di Doha con i talebani del febbraio 2020 ed, infine, col supporto logistico al ritiro delle truppe statunitensi nell’estate 2021. Non ultima, ha influito la diplomazia del gas, con la disponibilità del Qatar verso l’Europa nella crisi attuale delle forniture di gas russo e nello scivoloso quadro in evoluzione in Ucraina.

Sul piano dei diritti umani e sociali in Qatar qualche passo in avanti è stato fatto, ad esempio riguardo il sistema semi-schiavistico della kafala – ora abolito in Qatar e invece solo mitigato in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman –, ed è in corso, mentre nei paesi rivali si può semmai parlare di “human rights-washing”, di un abbellimento dell’immagine cui non fanno adeguatamente riscontro modifiche sostanziali.

Anche la questione denunciata dal quotidiano britannico “The Guardian”, riguardo il numero dei lavoratori morti durante la costruzione delle infrastrutture che ospiteranno i Mondiali di calcio di questo 2022 va guardata in controluce e statisticamente relativizzata, anche se deve risultare chiaro che ogni vittima sul lavoro è un dramma, occorre fare di tutto per prevenire ed evitare ogni singola morte. Forse può rappresentare una novità al riguardo la nomina a Ministro del Lavoro del Presidente della Commissione Nazionale per i diritti umani del Qatar.

Naturalmente, anche in Qatar il processo di affermazione dei diritti è ancora in itinere e va seguito e rafforzato, riguardo le donne, i lavoratori immigrati (che sono il 90% dell’intera forza lavoro), le minoranze. Ma, appunto, “le gambe” sono in movimento forse nella direzione giusta e possono contribuire a essere riferimento e sollecitazione anche per i paesi vicini, trasformando la competizione, a tratti aspra, in un positivo e virtuoso percorso. Per tutto ciò, servirà avere una grande consapevolezza che la strada per rafforzare i diritti umani deve essere senza ritorno e non condizionata ai mutamenti del quadro geopolitico della regione.

* Fonte: Pier Antonio Panzeri, Huffington Post

 

 

ph by Kremlin.ru, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons



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