Le associazioni replicano alla Consulta: «Sui referendum errori e giudizi politici»

Le associazioni replicano alla Consulta: «Sui referendum errori e giudizi politici»

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Referendum. In conferenza stampa le associazioni che hanno promosso i quesiti sulla cannabis e sull’eutanasia bocciati dalla Consulta

 

Un tweet e un post su Instagram sul profilo istituzionale della Consulta dedicato solo ai due referendum bocciati: quello sulla depenalizzazione della coltivazione di piante psicotrope (in breve, alle nostre latitudini: cannabis) e sull’omicidio del consenziente (nella campagna politica: eutanasia legale). Un modo di comunicazione del tutto nuovo, quello scelto dalla Corte costituzionale presieduta da Giuliano Amato, come lo è stata la conferenza stampa tenuta mercoledì sera in sostituzione (e non a completamento) del consueto comunicato che di solito anticipa i responsi dei giudici sugli argomenti più attesi.

Ma se il pronunciamento della Corte costituzionale è inappellabile, al giudizio «politico» del suo presidente e a certe stilettate lanciate anche a titolo personale nei confronti del tesoriere dell’Associazione Coscioni, i portavoce dei comitati promotori dei due referendum hanno risposto ieri con una conferenza stampa. «Se prima, a caldo – chiarisce subito Marco Cappato – ci eravamo permessi di fare valutazioni sul carattere politico del giudizio di inammissibilità relativo al quesito sul fine vita, dopo le parole di Amato abbiamo la certezza di elementi di valutazione politica».

IL PRIMO PUNTO fondamentale su cui si sofferma l’esponente radicale che ha aperto la via italiana del suicidio assistito è che il giudizio richiesto alla Consulta fosse di ammissibilità e non di costituzionalità della legge di risulta. Come hanno fatto notare anche tanti costituzionalisti in questi giorni. Tre i temi inammissibili per i referendum in Italia: leggi costituzionali, trattati internazionali e leggi finanziarie o di bilancio. «Nel tempo – spiega Cappato – la Corte ha aggiunto criteri che inevitabilmente sono diventati politici. Ma sono eccezioni». «Il presidente Amato ammette senza giri di parole che il giudizio della Corte è un giudizio di merito, che per l’articolo 75 della Costituzione non rientra nei criteri per l’ammissibilità», puntualizza l’avvocata Filomena Gallo che ha discusso i quesiti davanti alla Consulta.

IL SECONDO PUNTO – prima di vedere gli «errori» commessi, secondo Amato, da chi ha redatto i quesiti (sostanzialmente tra i massimi esperti italiani di politiche sulle droghe e sul fine vita) – sta in questo gioco delle «parole fuorvianti», come le ha chiamate il presidente della Consulta riferendosi ad una supposta confusione tra l’«eutanasia» e l’«omicidio del consenziente», e tra la cannabis e le droghe pesanti. Non una mera questione di comunicazione ma addirittura uno dei motivi che, stando alle parole del presidente Amato, avrebbe portato la Corte a decretare l’«inidoneità di scopo».

«I titoli dei quesiti referendari però – ribattono dalla sede dell’Associazione Coscioni – li stabilisce la Corte di Cassazione, e i moduli per raccogliere le firme, così come sulla scheda dei quesiti eventualmente ammessi all’urna, c’è il titolo dato dalla Cassazione. Le persone che hanno sottoscritto il referendum lo hanno fatto con piena cognizione di causa», spiegano in conferenza stampa, oltre a Cappato e Gallo, anche l’ex senatore Marco Perduca, il presidente di + Europa Riccardo Magi, il coordinatore del garanti territoriali dei detenuti Franco Corleone, la presidente di MeglioLegale Antonella Soldo e Rocco Berardo, dirigente dell’associazione Coscioni.

I volti, contrariamente al solito, sono tesi e le espressioni risentite per quelle che definiscono «offese» da parte del presidente della Consulta che li ha «fatti passare per truffatori e incapaci». «Se fossimo stati l’uno o l’altro non saremmo arrivati in camera di consiglio», ribatte Perduca.

«LA NOSTRA campagna si chiama “Eutanasia Legale” da 15 anni, dal caso Welby – ricordano – Ma questo non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità del quesito. Sostenere che questi referendum avrebbero preso in giro gli elettori a causa di ciò che è scritto sui nostri volantini non ha alcun appiglio giuridico, è una considerazione politica e un tentativo di minare autorevolezza e reputazione dei Comitati promotori».

Nel merito: «L’eutanasia attiva in Italia è punita perché configura il reato di omicidio del consenziente, questo è chiaro a tutti», spiega Filomena Gallo, l’avvocata a cui si deve l’abrogazione pezzo per pezzo della legge 40 sulla fecondazione assistita, i risultati fin qui ottenuti sul fine vita e tante altre battaglie vinte anche davanti alle Corti europee. Inoltre, puntualizza ancora Gallo, «non essendoci giurisprudenza relativa ai possibili casi di omicidio del consenziente che sarebbero stati depenalizzati tramite l’abrogazione parziale dell’art. 579 c.p. Amato fa un esempio – quello del giovane che chiede all’amico di ucciderlo – che è fallace dal punto di vista giuridico e che non sarebbe rientrato nelle maglie dell’abrogazione».

CORLEONE, Perduca, Magi e Soldo spiegano più approfonditamente perché la Consulta non avrebbe dovuto bocciare il quesito cannabis: il combinato disposto dei ritagli proposti all’articolo 73 comma 1 e 4 «indubitabilmente» avrebbe sortito l’effetto di depenalizzare la sola coltivazione ad uso personale di piante psicotrope (leggi editoriale di Franco Corleone). Insomma, conclude Cappato: «O c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

* Fonte/autore: Eleonora Martini, il manifesto



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