Africa. La Cina abbandona la non ingerenza per proteggere gli investimenti

by Alessandra Colarizi * | 8 Giugno 2022 13:04

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Conferenza di pace il 20 giugno prossimo ad Addis Abeba, con un obiettivo: tutelare la stabilità regionale per garantire gli affari del gigante asiatico e delle sue aziende. Così il continente diventa il banco di prova della visione securitaria (soft e hard) di Pechino

 

Tenete bene a mente una data: 20 giugno. È quando la Cina terrà la prima conferenza di pace per il Corno d’Africa, cimentandosi con un settore finora volutamente aggirato: la sicurezza. Secondo Sudan News Agency, che per prima ha riportato la notizia, sarà la capitale etiope Addis Abeba a ospitare l’evento. Una location dal forte simbolismo, dove – dieci anni fa esatti – capitali e soft power cinesi si sono concretizzati nella costruzione del quartier generale dell’Unione africana.

LO SCOPO dell’insolita iniziativa lo ha spiegato l’ambasciatore cinese a Khartoum, Ma Xinmin: «Rafforzare la stabilità, lo sviluppo e il buon governo in questa importante regione». Importante, per il gigante asiatico, il Corno d’Africa lo è innanzitutto da un punto di vista economico.

Secondo la società di ricerca Deloitte, nel 2020 la Cina era coinvolta in circa la metà dei progetti infrastrutturali in costruzione nell’Africa orientale. Investimenti cinesi sono massicciamente presenti nel tessile e nel farmaceutico etiope, così come nella Grande Diga della Rinascita, pomo della discordia tra Egitto, Sudan ed Etiopia.

Segnali di un maggiore attivismo di Pechino nell’area – considerata rampa di lancio verso l’Oceano Indiano – erano emersi a gennaio, quando nel consueto tour africano di inizio anno il ministro degli Esteri cinese vagheggiò la realizzazione di una rete ferroviaria regionale: un piano che (se confermato) coinvolgerebbe Kenya, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Eritrea e Gibuti.

TUTELARE la stabilità del quadrante è diventata una priorità improrogabile per il gigante asiatico e le sue aziende. Soprattutto dopo l’ultimo colpo di stato in Sudan, i prolungati scontri nel Tigray e la recrudescenza del fondamentalismo jihadista in Somalia e Kenya. Il tutto alla luce del disimpegno francese dal Sahel. In tale contesto si inseriscono la conferenza di pace e la recente nomina di un inviato cinese per il Corno d’Africa.

Mentre in passato la Cina è stata accusata di agire dietro le quinte, questa è la prima volta che Pechino dichiara urbi et orbi la volontà di assumere un ruolo più proattivo nel mantenimento della sicurezza africana. La nuova postura non solo pare contraddire il primo comandamento della politica estera cinese (quello ereditato da Mao della non ingerenza negli affari interni degli altri paesi), ma sembra persino minare la credibilità delle critiche mosse da Pechino contro l’invasività americana nel continente. Auspicando una risoluzione dei problemi locali attraverso «soluzioni africane», la Cina si è sempre presentata come un outsider discreto e responsabile in opposizione all’interventismo degli States.

COME CONCILIARE la tradizione diplomatica con le nuove contingenze internazionali, il principio della non interferenza con la realpolitik? A guardar meglio, in realtà, anche con la stella sul petto, Pechino ambisce a proporre un’alternativa «virtuosa» a Stati uniti e Russia. Una «pax sinica» così come tratteggiata nella New Security Initiative, concetto introdotto di recente che – attingendo alla saggezza dei classici filosofici – promuove la stabilità come prerequisito per il benessere economico.

Punta a prevenire guerre e conflitti attraverso «rispetto reciproco», «dialogo senza confronto», «partenariati senza le alleanze», sinergie win-win anziché i «giochi a somma zero». Nulla a che vedere con la war on terror americana e le operazioni mercenarie di Mosca. Piuttosto, Pechino sembra guardare all’esperienza di peacekeeping accumulata per decenni nel quadro dell’Onu.

Retorica a parte, l’Africa si presta anche alla sperimentazione di un approccio più «hard»: qui la Cina conduce dai primi anni 2000 missioni antipirateria e proprio nel Corno d’Africa, a Gibuti, ha costruito la sua prima e (per ora) unica base militare all’estero. Insomma, il continente potrebbe rivelarsi un primo banco di prova per una visione securitaria (soft e hard) che Pechino ha tutta l’aria di voler estendere ovunque abbia forti interessi economici. A partire dal Pacifico.

* Fonte/autore: Alessandra Colarizi, il manifesto[1]

 

ph by IAEA Imagebank, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

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