Retribuzioni. In Italia precariato e salari da fame

Retribuzioni. In Italia precariato e salari da fame

Un lavoratore italiano guadagna in media 15 mila euro in meno di un tedesco, 10 mila di un francese. Il tasso di part time involontario è del 62% contro il 7% della Germania: «Una vera piaga»

 

Un lavoratore in Italia guadagna in media in un anno ben 15 mila euro in meno di un omologo tedesco e 10.700 in meno di uno francese. La stima è della Fondazione Di Vittorio nella sua analisi sui salari da cui si evince che la ragione principale di questo spread in busta paga è l’altissimo livello di precarietà.

La ricerca condotta dal ricercatore Nicolò Giangrande sottolinea come «pur osservando un recupero dei salari italiani rispetto al 2020 – primo anno di pandemia – , se si confronta il salario lordo annuale medio del 2021 con quello del 2019 risulta come il divario salariale tra Italia, da una parte, e Francia e Germania, dall’altra, si sia ulteriormente ampliato: la differenza con il salario francese è aumentata da -9,8 mila a -10,7 mila e con quello tedesco è cresciuta da -13,9 mila a -15,0 mila euro».

DUNQUE LA PANDEMIA ha peggiorato la situazione salariale in Italia rispetto al resto d’Europa. «Confrontando il 2021 con il 2019 si può osservare come la Spagna e l’Italia non abbiano ancora recuperato il livello salariale medio precedente l’emergenza pandemica mentre in Francia, in Germania e nella media dell’Eurozona l’aumento sia stato del +2,0% e più».

Le ragioni di quello che Giangrande definisce «la stagnazione dei salari reali che affligge l’Italia da decenni» è riassumibile con due dati nei quali l’Italia ha il record in Europa: la maggiore partecipazione dei segmenti meno qualificati al mondo del lavoro con una percentuale relativa alle professioni non qualificate che è pari a 13,0%, nettamente sopra la stessa quota registrata in Germania (7,7%), in Francia (9,8%) e nell’Eurozona (9,9%).

IN PIÙ LA QUOTA DI DIPENDENTI a termine – che ad aprile ha toccato la drammatica quota di quasi 3,2 milioni, la più alta mai registrata dal 1977 – sul totale dipendenti ha raggiunto il 16,6% (in Germania è all’11%) ma ancor di più è la percentuale di occupati a part-time involontario sul totale degli occupati a tempo parziale si è attestata al 62,8%, un livello impressionante rispetto al 7,1% della Germania, al 28,3% della Francia e 23,3% della media dell’Eurozona. Insomma, il part time involontario è la vera vergogna dell’Italia ma nessun provvedimento è previsto per combatterla.

Per il presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni «quando in Europa salari e occupazione diminuiscono, in Italia calano di più, quando invece aumentano, in Italia crescono meno. Sulla media salariale – sottolinea Fammoni – incidono moltissimo i 5,2 milioni di lavoratori dipendenti (26,7%) che nella dichiarazione dei redditi del 2021 denunciano meno di 10 mila euro annui. Se nessun dipendente ricevesse un salario annuo inferiore a 10 mila euro lordi si otterrebbe immediatamente un recupero significativo rispetto alle medie salariali di altri paesi».

SECONDO LA NEO SEGRETARIA confederale della Cgil Francesca Re David «la piaga dei bassi salari può essere sconfitta solo attraverso il lavoro di qualità che vuol dire innanzitutto combattere il lavoro precario, purtroppo da anni in costante crescita con il record dei contratti a tempo determinato. Significa inoltre contrastare il part-time involontario, che fra l’altro in alcuni settori prevede un numero bassissimo di ore. Occorre poi – prosegue la segretaria confederale Cgil – rinnovare i contratti collettivi nazionali e recepire la direttiva europea sul salario minimo da definire attraverso il trattamento economico complessivo dei Ccnl firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative».

* Fonte/autore: Massimo Franchi, il manifesto



Related Articles

I mille volti dello sciopero sociale, oggi prove generali di coalizione

Quinto Stato. «Metropolitano», «di genere», «migrante», «online», «per la cultura e la scuola». Da Milano a Napoli, da Roma a Torino, passando per Pisa, Bologna e Venezia cortei, blocchi e sit-in: venticinque città contro il Jobs Act

Stavolta Pechino deve rischiare

La crescita cinese

La Cina è uno di quei Paesi, e di quelle economie, che ti fanno venire le vertigini. Appena ti sembra di aver colto le regole base di come funziona la Cina e la direzione nella quale sta andando, tutto cambia. Può essere frustrante per gli osservatori stranieri e i concorrenti, ma non deve certo sorprendere. Il fatto che l’economia cinese cresce del 10 per cento l’anno significa che ogni sette anni il suo Pil raddoppia. E non è possibile senza cambiare radicalmente, sia sul piano sociale sia su quello economico.

S&P, in Italia resta rischio debito. Troppo debole la crescita del Pil

S&P, in Italia resta rischio debito Troppo debole la crescita del Pil

In una nota l’agenzia di rating sottolinea come la manovra complessiva da 47 miliardi, annunciata dal governo italiano, non sia sufficiente a mettere al sicuro i piani di riduzione del debito: “Una possibilità  su tre che i rating possano essere abbassati nei prossimi 24 mesi”

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment