11/09. Ground Zero, gli affari sauditi di Trump

11/09. Ground Zero, gli affari sauditi di Trump

11 SETTEMBRE. Alla vigilia del 21esimo anniversario le famiglie delle vittime firmano una petizione per fermare il torneo di golf organizzato da Donald Trump con sponsorizzazione saudita

 

Alla vigilia del 21esimo anniversario dell’attacco alle torri gemelle, i giornali di New York riportano la polemica sul torneo di golf organizzato da Donald Trump con sponsorizzazione saudita. Le famiglie delle vittime dell’attentato hanno firmato una petizione per fermare il torneo femminile Aramco in programma ad un golf club dell’ex presidente e finanziato con un fiume di petrodollari del paese da cui provenivano anche 15 dei 19 attentatori. I sauditi non furono mandanti ufficiali di quegli attentati ma la preminenza dei bin Laden e la nazionalità della gran parte dei wahabiti a bordo degli aerei-bomba ha provocato la protesta dei familiari. Certo i sauditi avrebbero potuto essere oggetto di più plausibili sospetti che non, per dire, l’Iraq di Saddam contro cui pure si scagliò la rappresaglia su falso pretesto costata la vita a mezzo milione di persone e una destabilizzazione che dura tuttora.

L’ANNIVERSARIO degli attentati cade anche ad un anno dal ritiro americano da Kabul, che ha chiuso un’altra disastrosa e futile guerra Usa che dopo 20 anni ha riportato quel paese ad un punto non facilmente distinguibile da quello originario.
L’Arabia Saudita è invece rimasta «alleato strategico» anche dopo l’affare Khashoggi (e l’aggressione allo Yemen), non solo per Trump che aveva eletto il regime Saud praticamente a consociata speculare della sua stessa dinastia plutocratica (compresi apparenti crediti miliardari per coprire i debiti di del genero Jared Kushner). Non molto più brillante la figura fatta da Biden, presentatosi a Riad col cappello in mano per chiedere futilmente assistenza nell’embargo anti russo e per la crisi energetica.
A tanto è ammontata la guerra al terrorismo che dopo l’11 di settembre 2001 era emersa come nuovo paradigma americano in geopolitica e non solo. Retaggio della war on terror è stato infatti anche il Patriot Act e l’apparato di sorveglianza e repressione che annovera fra le vittime Snowden e Assange .

LA GUERRA TOTALE dichiarata ai «nemici della libertà» ha finito invece per compromettere ogni traccia di “superiorità morale” occidentale. Per citare il Washington Post: «Piuttosto che esemplificare i valori più alti della nazione, la risposta ufficiale all’11 settembre ha scatenato alcune delle sue qualità peggiori: inganno, brutalità, arroganza, ignoranza, mania di grandezza, e noncuranza». A triste monumento perdura il penitenziario extralegale di Guantanamo nel quale trentacinque uomini languono tuttora fuori dai confini nazionali e da ogni garanzia costituzionale e umanitaria.
Gli effetti della guerra asimmetrica di civiltà – congegno invincibile dall’inizio – hanno dunque finito per plasmare il presente occidentale. La madre di tutte le menzogne proferita al mondo da Colin Powell, ad esempio, è stata presagio delle verità alternative su cui è predicata la politica dei populismi complottisti. La fake news perorata allora da Bush & co., si è rivelata agente mutogeno e costituente delle guerre identitarie che riverberano oggi all’interno delle democrazie avanzate occidentali.

La guerra ai nemici della libertà ha svelato piuttosto la vulnerabilità occidentale virata in sindrome di accerchiamento su cui ha costruito la propria fortuna una generazione di demagoghi. Allo scontro di civiltà sono subentrati la generalizzata fobia dell’estraneo, i confini corazzati e pattugliati dal Rio Grande alla Lettonia al Mediterraneo della fortezza Europa. Nel nuovo mondo post ideologico, quello sempre più finanziarizzato del capitalismo della sorveglianza, la contesa politica è ora fra democrazie e neo autoritarismo.
Il più paradigmatico è in corso proprio nel paese “leader nel “mondo libero” da cui era partita la nuova crociata. Vent’anni dopo le torri gemelle, il “faro di democrazia” americano fa i conti con un tentato golpe e uno dei partiti che si appresta fra due mesi a contendere il controllo del Congresso dichiara che riconoscerà valide solo elezioni che si concludano a suo favore. Decine di milioni di seguaci considerano il presidente in carica un illegittimo usurpatore. La Big Lie sulle elezioni “rubate” (ed il precedente violento del 6 gennaio) incombono come spade di damocle sulla viabilità del processo democratico e dell’esperimento americano.

L’accelerazione nazional populista negli Stati uniti è il prodotto di una destra progressivamente radicalizzata che nell’arco quarant’anni ha coltivato paranoia e integralismo religioso. La regressione sull’aborto da parte della Corte suprema “occupata” da togati estremisti è stata la misura tangibile dello squilibrio istituzionale e culturale in cui versa la superpotenza occidentale. Paradossalmente è anche l’evento che potrebbe riaprire la partita delle parlamentari per come sembra aver rivelato la posta in gioco e risvegliato coscienze e militanza nella pancia del paese. Uno sviluppo che ha indotto lo stesso Biden a definire l’avversario «semi fascista», sorprendendo l’ala progressista del suo stesso partito con una nuova disponibilità a suonare l’adunata anti-Maga. Il pericolo esistenziale per il paese, ha sostenuto il presidente, non proviene dagli estranei ma dall’ estremismo interno.

ALLA DOTTRINA xenofoba Biden contrappone la capacità assimilazione di economica e demografica del suo paese e punta a manovre sociali mirate ad invertire almeno parzialmente il trend verso l’abissale ed insostenibile disuguaglianza. Gli ultimi sondaggi sulle elezioni di novembre, in lieve rialzo, potrebbero dargli in parte ragione – anche se le battaglie decisive non saranno politiche ma post-politiche, combattute sul terreno della propaganda e della demagogia.

IMMUTATA rimane invece la proiezione egemonica della superpotenza sotto la rubrica della difesa degli «interessi nazionali» ovunque essi si trovino. Una partita che ora si gioca però in un mondo non più bipolare ma multilaterale, imprevedibile e tanto più volatile dallo scoppio della guerra per procura con la Russia. Un mondo in cui sembra essersi estinto lo stesso linguaggio politico ed ideologico necessario a decifrare e disinnescare tensioni. Il mondo che in molti modi abbiamo ereditato a quel fatidico 11 di settembre

* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto



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