North Stream, se chiude il gasdotto russo la UE perde 1.000 miliardi

North Stream, se chiude il gasdotto russo la UE perde 1.000 miliardi

Il rischio è un cortocircuito tra domanda e offerta da un lato e speculazione finanziaria dall’altro. Una spirale prezzi/volumi scarsi che può mandare in tilt l’economia europea

 

Previsioni da capogiro, quelle dell’agenzia S&P Global sulla bolletta energetica europea. Mille miliardi di euro in più rispetto al periodo pre-pandemia. Un macigno sulla riunione dei ministri dell’energia in programma domani a Bruxelles. Lo shock energetico non è più soltanto una questione di «prezzi artificiali» determinati dalla speculazione sulla borsa di Amsterdam. Dopo la decisione di Mosca di chiudere a tempo «indefinito» il gasdotto North Stream 1, il problema si fa serio anche dal lato dell’offerta reale. Ci sono 20 miliardi di metri cubi scoperti.

Il rischio è un cortocircuito tra domanda e offerta da un lato e speculazione finanziaria dall’altro. Una spirale prezzi/volumi scarsi che può mandare in tilt l’economia europea (-25% di produzione industriale in Germania). Da gennaio 2023 l’Ue rischia di «rimanere al buio e al freddo», è la conclusione di S&P. Per questo, alcune soluzioni allo studio della Commissione appaiono inadeguate e, per di più, controproducenti. Come il tetto selettivo al prezzo del gas, valevole soltanto per quello russo. Una misura zoppa, che non coinvolgerebbe tutti i Paesi Ue, ma solo quelli dipendenti dalle forniture di Gazprom. Come l’Italia e la Germania. Sempre che Mosca sia disponibile a tenere aperti i rubinetti. Il che, adesso, appare molto improbabile. «Non consegneremo nulla se è contrario ai nostri interessi», ha minacciato ieri Putin, annunciando contemporaneamente un accordo con la Mongolia per una nuova pipeline verso la Cina.

Più sensata l’ipotesi di un intervento sul Title Transfer Facility (Ttf). Se ne parlerà domani a Bruxelles. Tra le opzioni, oltre a un «contributo di solidarietà» delle imprese che hanno realizzato profitti in eccesso, ci sarebbe anche quella di «sottoporre il Ttf a supervisione finanziaria» da parte dell’Autorità degli strumenti finanziari (Esma), «per evitare possibili mosse speculative», senza escludere lo sviluppo di altri «indici» di riferimento. Il Ttf è attualmente il principale mercato di riferimento per il gas naturale in Europa. Su questa piazza, nondimeno, il gas scambiato realmente è solo una minima parte. Il resto sono scambi virtuali a mezzo di contratti future più e più volte negoziati. Solo una speculazione sul prezzo, senza alcuna consegna del bene alla scadenza del contratto. Non si spiegherebbe altrimenti, ad esempio, il fatto che, a fronte di 73 miliardi di metri cubi realmente importati in Italia nel corso del 2021, se ne siano scambiati 370 miliardi presso tale snodo. Miliardi di metri cubi virtuali di gas. La causa dei «prezzi artificiali» di cui sopra. Una prova? Il record dei 340 euro per megawattora è stato toccato prima e non dopo l’annuncio di Gazprom sullo stop permanente di North Stream 1 (ieri 232 euro). Un problema che andrebbe risolto alla radice, vietando la negoziazione di contratti che non si concludono con uno scambio «reale» del sottostante. Nel frattempo, non ci resta che risparmiare e razionare.

Il problema del fabbisogno rimane. L’Ue vuole una riduzione del 15% dei consumi, l’Italia prova ad adeguarsi con un suo piano di contenimento (con centrali a carbone a pieno regime). Ma un’altra agenzia di rating, Fitch, proprio l’altro ieri ha ammonito che l’interruzione definitiva della fornitura di gas russo «aumenta ulteriormente la probabilità di una recessione nell’eurozona». Per l’Italia, sarebbe una caduta di 2,5 punti di pil, mentre per la Germania, già sull’orlo della crisi, un crollo di 3 punti. Nella migliore delle ipotesi. Un altro macigno, questa volta sul tavolo della Bce, che oggi si riunisce per decidere sui tassi.

* Fonte/autore: Luigi Pandolfi, il manifesto



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