Price cap su petrolio e gas come arma da guerra

Price cap su petrolio e gas come arma da guerra

 La necessità di fermare la corsa dei prezzi è reale. Ma nella strategia del price cap su petrolio e gas di Stati uniti, G7 e Unione europea c’è molto di più: c’è il tentativo di affibbiare alla Russia un colpo da Ko con un decisivo passo avanti sulla strada dell’escalation

 

La necessità di fermare la corsa dei prezzi è reale. Ma nella strategia del price cap su petrolio e gas di Stati uniti, G7 e Unione europea c’è molto di più: c’è il tentativo di affibbiare alla Russia un colpo da Ko con un decisivo passo avanti sulla strada dell’escalation. La segretaria al Tesoro di Washington Janet Yellen non la manda a dire. L’obiettivo del tetto sul petrolio, chiarisce, è doppio: «Abbassare la pressione sui prezzi energetici e negare a Putin i ricavi per finanziare la sua brutale guerra in Ucraina». La presidente della commissione europea Ursula von der Leyen parla esplicitamente di «tetto al prezzo del gas russo», sposando così l’opzione italiana che propone appunto -come aveva fatto capire Mario Draghi al Meeting di Cl a Rimini – di applicare il price cap solo al gas di Mosca.

NON LA MANDA A DIRE neppure la Russia. Non solo Mevdeved conferma che la risposta all’introduzione dei tetti sarebbe l’interruzione delle forniture ma Gazprom passa subito all’azione prolungando il blocco del gasdotto North Stream, che avrebbe dovuto ricominciare a pompare gas per l’Europa proprio oggi. Invece resterà fermo a tempo indeterminato. È stato rilevato un guasto, spiega l’azienda russa: «Fino a quando non saranno eliminati i problemi di funzionamento il trasporto del gas è stato completamente interrotto». Sul mercato di Amsterdam il prezzo del gas continua però a scendere vertiginosamente. Ieri è arrivato a 210 euro al megawattora. Di certo sul calo ha influito l’attesa, poi delusa, di una riapertura del gasdotto oggi, sia pure solo al 20%, ma incide maggiormente l’attesa delle misure europee, tanto più dopo l’uscita fragorosa della presidente. Però dopo l’annunzio di Gazoprom l’euro è scivolato nuovamente sotto la parità con il dollaro, a 0,996.

Il commento della Commissione europea è stato durissimo, a conferma dell’innalzamento del livello dello scontro. Bruxelles considera «fallaci» le giustificazioni di Gazprom e bolla la nuova sospensione come «conferma dell’inaffidabilità come fornitore» e «prova del cinismo della Russia che preferisce bruciare gas invece di onorare i contratti». Sono parole molto pesanti, come del resto lo è la strategia russa di far impennare i prezzi con le chiusure a singhiozzo, e lasciano presagire che il 9 settembre, nel vertice dei ministri dell’Energia Ue, la linea dura avrà la meglio su quella più morbida sponsorizzata ancora dalla Germania.

MA PROPRIO PERCHÉ l’escalation sta arrivando al confronto finale, con l’intenzione da parte dell’occidente di raggiungere con il taglio dei prezzi l’obiettivo mancato dalle sanzioni, è prevedibile che la risposta russa sia allo stesso livello e inneschi una nuova spirale di destabilizzazione globale. Per la Russia le entrate garantite dal petrolio sono ancora più importanti di quelle derivate dal gas. La proposta del G7 sarà probabilmente quella di fissare il prezzo al barile intorno ai 40-50 dollari, per non superare i costi di produzione rendendo così inevitabile la sospensione della produzione stessa. Per Putin sarebbe una mazzata micidiale alla quale si sommerebbe la perdita di una parte sostanziale dei profitti del gas. «Venderemo petrolio e gas altrove» ha provato a tagliare corto Mevdeved e data la disponibilità sin qui mostrata da Paesi come Cina, India e Turchia non si tratta di una minaccia a vuoto.

Per garantire il rispetto del tetto, i Paesi del G7 dovrebbero quindi imporre al resto del mondo l’adesione alla sanzione con la minaccia di sanzioni secondarie contro le aziende che dovessero trasgredire e violare l’ordine del G7. La tensione si allargherebbe così molto oltre i confini della guerra in Ucraina da un lato e dall’altro farebbe riemergere i rischi di un passaggio dal conflitto finanziario a quello propriamente detto. Ieri gli Stati uniti hanno deciso nuovi stanziamenti a favore dell’Ucraina. La risposta del viceministro degli Esteri russo Ryabakov è minacciosa: «Ormai una sottilissima linea separa gli Usa dal diventare una parte in conflitto. Non si illudano che tutto resterà immutato una volta che quella linea sarà superata».

IN MEZZO A QUESTI venti di guerra, l’Italia si affanna per trovare i circa 15 miliardi necessari per un intervento d’emergenza contro il caro bollette. Il consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi l’8 settembre ma che prenda subito una decisione sul decreto emergenza, invece di aspettare l’esito del vertice chiave europeo sull’energia del giorno dopo, non è affatto certo. Per ora il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani è tutt’altro che rassicurante: «Il ricatto russo è chiaro a tutti – dice al Tg1 -. È una partita di poker, purtroppo siamo in una economia di guerra e non di mercato».

* Fonte/autore: Andrea Colombo, il manifesto



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