COP27. Rischio fallimento, appello del segretario ONU per un accordo

COP27. Rischio fallimento, appello del segretario ONU per un accordo

ARIA FRITTA. La Conferenza mondiale sul clima in Egitto a rischio fallimento. Il segretario generale Onu: «Basta fossili, sequestrano l’umanità». Nella bozza della dichiarazione finale tanti vuoti e qualche spiraglio. Solo 24 ore per un compromesso. La frattura del Nord con il Sud, i grandi inquinatori non vogliono pagare i danni del caos climatico. Fra i punti di conflitto l’entità della riduzione delle emissioni e il Fondo per i danni. Greenpeace accusa: senza una buona intesa si va verso l’inferno climatico

La «Conferenza delle azioni reali», la «Cop27 africana» fa tremare fino all’ultimo. Il cammino verso un impegno finale condiviso (più o meno) da 200 paesi è tortuoso, come dimostrano le 20 pagine diffuse a mo’ di bozza nella notte fra il 16 e il 17 novembre a cura della presidenza della Cop27: un «non paper», così è stato definito, con molti paragrafi ancora vuoti.

IL SEGRETARIO GENERALE dell’Onu Antonio Guterres striglia tutti: «Sono qui per fare appello a tutte le parti affinché siano all’altezza del momento e della più grande sfida che affronta l’umanità. Il mondo sta guardando e ha un semplice messaggio: o la borsa o la vita».

E visto che il pianeta «brucia e affonda sotto i nostri occhi», indica fra gli impegni essenziali, insieme alla finanza climatica e al risarcimento dei danni climatici al Sud, una netta riduzione delle emissioni, perché «i combustibili fossili sequestrano l’umanità».

«Sono qui per fare appello a tutte le parti affinché siano all’altezza del momento e della più grande sfida che affronta l’umanità. Il mondo sta guardando e ha un semplice messaggio: o la borsa o la vita»

MA LA BOZZA «per ora è una lunga lista della spesa», ha commentato Carlos Fuller, ambasciatore del Belize e dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari – fra le aree più vulnerabili. E mancano ancora generi di prima necessità. Come il tema più bruciante e centrale della Cop27: la questione delle perdite e danni (loss nd damage) subiti dai paesi del Sud globale a causa del caos climatico.

IL DOCUMENTO ACCOGLIE il fatto che per la prima volta in una Cop le parti abbiano accettato di discutere di accordi per fondi in materia. Ma oltre a non usare il termine «risarcimenti» come vorrebbero diversi rappresentanti del Sud e della società civile, non si indica una scadenza per decidere se creare un vero Fondo ad hoc come chiesto dai G77, dalla Cina e dai paesi più danneggiati ed esposti.

Usa e Ue temono esborsi eccessivi e il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans ha subito messo le mani avanti, anzi contro il Fondo: «Se facciamo una nuova struttura, ci vorrà tempo, e i paesi vulnerabili hanno bisogno di questi soldi adesso. Meglio aggiornare le possibilità esistenti».

Ci si chiede quali, visto che nella stessa bozza si esprime preoccupazione perché non è stato raggiunto «l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno in aiuti ai paesi in via di sviluppo per le loro politiche climatiche, previsto dall’Accordo di Parigi» e si fa appello ai paesi sviluppati affinché «almeno raddoppino i fondi per l’adattamento al clima» evitando anche «passi indietro negli impegni di azione e sostegno», vista la necessità di una cooperazione internazionale senza precedenti se si vuole arrivare a zero emissioni (nette) e al tempo stesso «fornire elettricità ai 785 milioni che non ne hanno, ed energia pulita per cucinare a 2,6 miliardi».

E dunque, sul loss and damage, i paesi maggiormente esposti insistono: «Qualunque cosa sia meno di un Fondo ad hoc per perdite e danni sarebbe un tradimento per le persone e i popoli che lavorano per l’ambiente e l’umanità», dichiara Molwyn Joseph, ministro dell’ambiente di Antigua e Barbuda.

Il capo negoziatore del gruppo dei G77, il pakistano Nabeel Munir, sottolinea che «i paesi sviluppati devono pagare. Se non ci si mette d’accordo su questo Fondo, penso che questa Cop non sarà un successo». Per la delegazione brasiliana, «i forum dell’Onu non possono continuare a essere discussioni teoriche le cui decisioni, poi, non vengono nemmeno rispettate».

MOLTO CRITICO anche Yeb Saño, capo delegazione alla Cop27 di Greenpeace International: «Mentre gli impatti e l’ingiustizia climatica galoppano, c’è una grave mancanza di fondi disponibili i paesi poveri per l’adattamento, la mitigazione e il risarcimento di perdite e danni; nessuna via credibile verso l’assegnazione dei trilioni necessari».

L’ASSOCIAZIONE BOLLA il documento preparatorio («così si spinge il pedale dell’acceleratore verso l’inferno climatico») anche per un altro punto: si ripete, in effetti, la richiesta della Cop26 di accelerare le misure per uscire dal carbone, ma non appare la fuoriuscita almeno graduale da petrolio e gas, pur chiesta da diversi paesi. Si parla solo di «eliminare e razionalizzare gli inefficienti sussidi ai combustibili fossili».

ALCUNI SPUNTI POSITIVI sono indubbiamente presenti nel documento, ma non è detto che rimangano. Intanto, gli impegni di decarbonizzazione (Ndc) presi attualmente dagli Stati nell’ambito dell’Accordo di Parigi sul clima riducono le emissioni al 2030 del 5% tenendo conto degli impegni senza condizioni (sulla base delle capacità di un paese) e del 10% tenendo conto degli impegni condizionati ad aiuti esterni. Ma per mantenere il riscaldamento globale entro 2 o 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, queste percentuali dovrebbero aumentare al 2030 rispettivamente del 30% e del 45%.

SOPRATTUTTO SI NOTA «con profondo rincrescimento che i paesi sviluppati che hanno le maggiori capacità per ridurre le loro emissioni continuino a non farlo ed esprimano obiettivi inadeguati per arrivare a zero emissioni nette nel 2050, continuando a consumare in modo sproporzionato il budget di carbonio rimanente. Dovrebbero arrivare a zero emissioni nette al 2030».

COME AL SOLITO è questione anche di soldi. Alla finanza climatica globale si destina poco più del 30% annuo di quanto necessario per gli obiettivi di Parigi. E «una trasformazione globale verso una economia a basse emissioni richiede almeno fra i 4.000 e i 6.000 miliardi di dollari annui».

IL DOCUMENTO EVOCA poi il debito estero che grava su molti paesi e velatamente critica le istituzioni finanziarie internazionali. Uno dei tanti paragrafi ancora vuoti ha questo titolo: «Necessità speciali e circostanze speciali dell’Africa».

* Fonte/autore: Marinella Correggia, il manifesto



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