G20. Nulla di fatto, disaccordo anche a menzionare la pace

G20. Nulla di fatto, disaccordo anche a menzionare la pace

Divergenze sulla dichiarazione: un blocco di paesi fra cui Cina, India e Brasile preferisce parlare di «operazione speciale»

 

Se lunedì sul vertice del G20 di Bali aleggiava l’ombra della guerra, si può ben dire che marted il conflitto ucraino è deflagrato in tutta la sua potenza nonostante il presidente indonesiano Jokowi, all’apertura ufficiale del consesso, si fosse speso nel chiedere la «fine della guerra» aggiungendo che «essere responsabili significa creare situazioni non a somma zero, ed essere responsabili qui significa anche che dobbiamo porre fine alla guerra». Ma se la crisi ucraina è esplosa ieri a Bali, un altro convitato di pietra è invece sembrato davvero assente: il tema della pace che, a quanto pare, nessuno è riuscito nemmeno ad evocare. Tutto quanto accaduto ieri tra Zelensky, Lavrov e una platea presente di 17 leader (mancavano Putin, Zelensky e il dittatore cambogiano Hun Sen malato di Covid) una vittima di sicuro l’ha fatta: è la bozza di dichiarazione finale che rischia persino di non esserci benché gli indonesiani stiano facendo il possibile perché Bali 2022, e col summit la presidenza indonesiana, si concludano con un almeno apparente successo. Non è facile.

L’AGENZIA REUTERS, che aveva letto la bozza, sosteneva ieri che la maggioranza dei paesi era per prendere una posizione decisa di condanna sulla guerra e i suoi effetti. Ma, a quanto pare, è stata proprio quella parola – guerra- a creare il dilemma lessicale maggiore per un comunicato finale a 20 e non a 19 più 1 come forse Zelensky e altri avrebbero preferito. Un’ipotesi che sembra sia circolata accanto a quella di due dichiarazioni distinte, sorta di “convergenze parallele” in salsa asiatica (per utilizzare un celebre e bizzarro ossimoro coniato dalla Democrazia Cristiana in Italia per tenere dentro un po’ tutto…). Ma una doppia dichiarazione equivarrebbe ad un ammissione di fallimento e cancellerebbe l’essenza in sé del G20.
Quel che è noto che è la Russia voleva “Operazione speciale”, il blocco dei Paesi occidentali guerra tout court, cinesi e indiani invece, con un discreto numero di Paesi, espressioni più morbide anche se con la propensione a sottoscrivere gli effetti nefasti del conflitto.

A SCORRERE LA LISTA dei paesi del G20 si fa in fretta a capire chi sta da una parte o dall’altra o in un gruppo di indecisi. E se la maggioranza è quasi certa grazie a dieci paesi di cui uno è in realtà un gruppo (l’Unione europea) e che sono senza se né ma Australia, Canada, Usa, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Giappone e Sud Corea, basta guardare gli altri membri per capire che la cosa si gioca sul filo del rasoio: Cina, India, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Argentina, Messico, Indonesia, Brasile. In questo secondo gruppo, dove il primo può trovare uno o due alleati, c’è un nucleo fortemente contrario a prendere una posizione netta di condanna dell’invasione. È un gruppo dove è forte l’influenza economica e politica sia dei russi sia dei cinesi. E poi c’è l’India tra i contrari, che è tra l’altro la prossima erede della presidenza G20: Modi, il suo premier, incontrerà solo domani ben otto paesi. Infine c’è l’Indonesia che, seppur non abbia esitato a condannare l’invasione del 24 febbraio, adesso si trova nella parte della mediatrice per eccellenza. Tutto in salita benché proprio il rappresentante della Ue abbia lodato gli sforzi di Giacarta per mettere assieme tutte le firme per siglare una dichiarazione congiunta.

QUALCHE OSSERVATORE ne ha già approfittato per decretare la morte del G20, altri per prospettare un G19. Il fatto è che comunque il consesso non rappresenta solo 19 nazioni ma, per dirla in soldoni e numeri, il G20 è composto dalla maggior parte delle più grandi economie del mondo, sia nel comparto delle nazioni industrializzate sia in quello delle economie emergenti. Rappresenta qualcosa come l’80% del Prodotto mondiale lordo e oltre il 70% del commercio internazionale. Ma infine, se la gente ha ancora un valore, rappresenta due terzi della popolazione del pianeta ed è un bel esercizio vedere in quale dei due sottogruppi vive la maggior parte di questi cittadini della terra. Infine non c’è solo la guerra negli incubi quotidiani di politici e popolino che ne soffrono, chi più chi meno direttamente, gli effetti a breve, medio, lungo termine. I gruppi della società civile infatti hanno criticato la bozza di dichiarazione del G20 per non aver dato indicazioni contro la fame, non aver rafforzato gli sforzi per finanziare lo sviluppo e aver perso di vista il precedente impegno di 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima entro il 2023. «Il G20 sta semplicemente ripetendo vecchi impegni degli anni precedenti», dice Friederike Roder del gruppo Global Citizen citato dalla Reuters. «Cinquanta milioni di persone sono sull’orlo della fame mentre parliamo. Non c’è tempo per il G20 di emettere inviti all’azione: sono loro che devono agire».
Oggi, come si dice, è un altro giorno. Ma anche la serata di ieri è andata un po’ storta. Biden ha preferito evitare il rinfresco di fine giornata

* Fonte/autore: Emanuele Giordana, il manifesto



Related Articles

Guerra, riforme ed energia ecco perché Obama fa l’accordo con Teheran

Obama difende l’accordo in termini transazionali, scommettendo però che rafforzerà la fazione iraniana moderata

Ricetta Miliband per il laburismo del nuovo secolo

«Cancelliamo l’egoismo e l’arricchimento facile»

La battaglia di Hazare “Il nostro nuovo Gandhi”

INDIA. Ha 73 anni, veste sempre di bianco, è una star. Lotta contro la corruzione e la gente lo adora.  Fioraio da bambino poi autista prima di diventare attivista non violento. E come il Mahatma ha solo un’arma: lo sciopero della fame 

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment