Per dire no all’uso di armi esplosive in contesti civili

Per dire no all’uso di armi esplosive in contesti civili

I dati parlano chiaro: su dieci vittime, nove sono civili. Dalla Seconda guerra mondiale gli scontri si sono spostati dai campi aperti alle città

 

Ucraina, Afghanistan, Siria. Conflitti diversi, con un unico denominatore. Cambiano le latitudini e le motivazioni, ma la guerra nell’immaginario collettivo è sempre la stessa: palazzi sventrati, ospedali dove si opera senza energia elettrica, code di sfollati ai confini. Una guerra brutale e urbana. In un mondo ossessionato dal mito dei combattimenti tecnologici e senza perdite tra i militari, sono i civili a pagare il prezzo più alto.

I dati parlano chiaro: su dieci vittime, nove sono civili. Dalla Seconda guerra mondiale gli scontri si sono spostati dai campi aperti alle città. L’urbanizzazione globale degli ultimi cinquant’anni ha aumentato i rischi per i civili in guerra e messo in crisi un sistema di protezione basato sulle Convenzioni di Ginevra. Anche se le armi usate sono lecite ai sensi del diritto umanitario, il loro impatto sui civili è così devastante da essere in palese contraddizione con lo scopo per cui quelle regole sono state adottate.

Le armi esplosive sono quelle usate per convenzione per combattere le guerre: bombe, mortai, granate ecc. Sono progettate per essere usate nei campi aperti. Quando vengono usate all’interno delle città, feriscono, uccidono e distruggono indistintamente infrastrutture e vite umane, causando un danno i cui effetti riverberanti si ripercuotono nel tempo e nello spazio. La portata di queste tragedie è infinita: oltre alla perdita di vite umane, la distruzione provoca sfollamenti dentro e fuori i confini nazionali e danni psicologici alle persone. Le forniture di acqua ed elettricità sono compromesse proprio nel momento in cui se ne ha più bisogno. Gli ospedali rimangono senza mezzi per operare. Aumenta il rischio di epidemie a causa delle scarse condizioni igieniche, mentre il personale di primo soccorso diventa bersaglio di attacchi dalle conseguenze indiscriminate e imprevedibili.

Aree sempre più estese rimangono contaminate dalla presenza di ordigni inesplosi. Secondo Action on Armed Violence le vittime civili delle armi esplosive negli ultimi dieci anni sono oltre 230.000. Afghanistan, Siria e Iraq i paesi dove la violenza esplosiva fa più vittime, con mercati e luoghi di culto come bersaglio principale di attacchi condotti con bombe d’aereo (45%) e ordigni bellici inesplosi (32%). Quantificare gli effetti riverberanti sul sistema sanitario o l’impatto ambientale è impossibile nell’immediato.

Per molti anni l’Onu ha ammonito gli Stati sull’inaccettabilità delle conseguenze umanitarie delle armi esplosive. Nel 2011 è nata la rete internazionale di Ong INEW, che si è impegnata per il riconoscimento del danno umanitario e ambientale dovuto all’uso di armi esplosive nelle aree popolate e per il contestuale rafforzamento dell’esistente quadro di protezione umanitaria. In Italia l’iniziativa di INEW è stata rilanciata con il nome “Stop alle bombe sui civili” dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, Campagna Italiana contro le Mine e Rete Italiana Pace e Disarmo. Lo scorso 1° febbraio, in occasione della Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti del mondo, circa 300 Comuni dell’Anci hanno sostenuto a vari livelli la campagna, anche adottando precise delibere di giunta ed esponendo nei balconi dei Municipi lo striscione con slogan “Stop alle bombe sui civili”.

Iniziativa, quest’ultima, che verrà rilanciata anche il prossimo 1° febbraio, nel contesto internazionale aggravato dalla recente guerra in Ucraina. Ci sono voluti dieci anni perché 120 Stati riconoscessero che per impedire le sofferenze dei civili dovute alle armi esplosive non servono regole nuove, ma modi alternativi di rispettare quelle esistenti. Una risposta politica, insomma. Da qui la cosiddetta Dichiarazione politica internazionale sulle armi esplosive, che impegna gli Stati a definire pratiche militari per limitare l’uso di queste armi nelle città, ad assistere le vittime e incoraggia la cooperazione tra gli eserciti attraverso lo scambio di dati.

Dopo un inizio stentato, la Dichiarazione è finalmente giunta ad una stesura finale condivisa e sarà presentata ufficialmente agli Stati per la firma il 18 novembre a Dublino. L’Italia è tra i 60 Stati che per ora hanno preannunciato che la sottoscriveranno. Un impegno politico, che ribadisce la centralità delle vittime di guerra rispetto alle operazioni militari. Solo il tempo dirà se la Dichiarazione avrà un reale impatto sulla vita delle persone e sul modo di condurre le ostilità. I presupposti ci sono tutti, alla società civile l’onere di monitorare che non resti solo una «dichiarazione d’intenti».

Associazione delle Vittime Civili di guerra

Fonte/autore: Sara Gorelli, il manifesto



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