Donald Trump e le conseguenze dell’assalto a Capitol Hill

Donald Trump e le conseguenze dell’assalto a Capitol Hill

La Commissione d’inchiesta consegna il suo j’accuse, i rinvii a giudizio sono 978, ma il parlamento è ormai in balia dell’estrema destra

 

Il secondo anniversario dell’assalto a Capitol Hill è trascorso con quello stesso edificio nuovamente in preda al caos, stavolta una paralisi istituzionale dovuta all’incapacità del 118mo Congresso di eleggere uno speaker della Camera.

L’attuale stallo esprime l’eredità morale della politica post-etica legittimata da Trump e impiegata dall’ex presidente per portare il paese guida delle democrazie occidentali sull’orlo del colpo di stato. La rivolta del 6 gennaio 2021 venne preparata e lanciata dal presidente uscente contro il Congresso per tentare di ribaltare in extremis il risultato delle elezioni presidenziali e prolungare il proprio mandato. Quel giorno fatidico la seduta congiunta venne rimandata di diverse ore, ma a tarda sera le Camere riunite finirono per ratificare la vittoria di Biden. Non senza però un consistente voto contrario. Quella sera 8 senatori e 139 deputati votarono contro la ratifica, allineandosi alle orde che ore prima avevano devastato i locali del parlamento.

GLI EVENTI sono stati oggetto dell’inchiesta della Commissione parlamentare sul 6 gennaio che in un anno e mezzo ha tenuto nove elettrizzanti udienze pubbliche, producendo una requisitoria di 840 pagine che si legge come un thriller di fantapolitica, e la raccomandazione al ministero di giustizia a formalizzare possibili capi d’accusa penali a carico di Trump e del suo stato maggiore.
Come descritto qui accanto da Fabrizio Tonello il rapporto della commissione illumina i retroscena di un golpe strisciante preparato sotto gli occhi di una nazione che si fregia di essere democrazia fondante dell’occidente ma che fu e rimane incapace di arginare l’ultracorpo populista impadronitosi del partito repubblicano.

LE RIUNIONI eversive avvenivano nello Studio ovale dove il capo di gabinetto e gli avvocati della Casa bianca inizialmente studiarono come intralciare lo spoglio delle schede e in seguito il gruppo di «guastatori» guidato da Rudy Giuliani coordinò dozzine di ricorsi infondati e una capillare campagna di disinformazione che invocava il «furto delle elezioni», inventando fantomatiche truffe informatiche e «furgoni pieni di schede false». Dietro le quinte il presidente e i suoi complici intimavano a funzionari di stati chiave di «tirar fuori» i voti necessari. Fallita l’intimidazione si passò alla fase B, il tentativo di far designare Trump a una manciata di grandi elettori «alternativi» degli stati, e infine il pianto anticostituzionale per la decertificazione dei risultati da parte del Congresso e del vicepresidente «incoraggiati» dalla folla forconista.

PER L’ASSALTO al parlamento a oggi sono stati rinviate a giudizio 978 persone e pronunciate 335 condanne di cui 185 pene detentive, le più pesanti per reati di sedizione a carico di miliziani come quelli degli Oath Keepers. Ma non vi sono state imputazioni formali contro i mandanti – a cominciare dal presidente i cui ordini ogni imputato ha affermato di aver seguito. E l’impunità si estende a quei parlamentari che pur dopo l’assalto votarono comunque per invalidare elezioni costituzionali. Oltre cento di loro permangono nell’attuale Congresso, compreso il gruppo «ribelle» che con l’opposizione allo speaker tiene in ostaggio la Camera (sei «irriducibili» sono stati eletti lo scorso novembre e non parteciparono al voto del 2021).

GLI OLTRANZISTI fanno capo al «Freedom Caucus», gruppo parlamentare di estrema destra nazional-populista più direttamente abilitato dalla retorica trumpista e in questo senso la rivolta parlamentare di questi giorni discende organicamente dall’assalto del 6 gennaio. A sua volta la paralisi indotta dai 20 ribelli è sintomatica di un paese che non solo non ha trovato una soluzione giudiziaria alla sua più grave crisi costituzionale ma stenta a metabolizzare il seme tossico del trumpismo.

La crisi investe prima di tutto il partito repubblicano eviscerato da Trump. Lo dimostra il caso di McCarthy che dopo aver giurato fedeltà a Trump in cambio della poltrona di speaker è stato messo in fuorigioco dalla rivolta dalla scheggia impazzita sul fianco destro. Ed investe lo stesso Trump che ha dimostrato di non controllare fazioni contrapposte che pure farebbero capo a lui – dopo lo smacco dei midterm non depone a favore del suo ipotetico trionfale ritorno nel 2024.

Ma in senso più lato la rivolta del Freedom Caucus rivela anche l’instabilità della democrazia americana post Trump, un sistema di cui sono state rivelate la vulnerabilità e le fisiologiche insufficienze costituzionali, come il collegio elettorale ed il sistema che privilegia la distribuzione geografica, piuttosto che maggioritaria, dei voti. La Commissione sul 6 gennaio ha chiarito come la sovversione del processo elettorale sia stata sventata in definitiva non da sponde costituzionali quanto da azioni etiche di singoli funzionari.

UGUALMENTE le azioni degli ultra-Maga nel Congresso mostrano come la moderazione prodotta dalla mediazione politica sia ormai un lontano ricordo. Al suo posto vige una post-politica sempre più sconfinata in celebrità e notorietà social utile al fundraising e a compattare seguaci personali (da cui il neologismo “Maga influencer” per definire le nuove vedette reazionarie). Le attuali circostanze esplicitano insomma il nichilismo performativo che si cela dietro al patriottismo ostentato del “America First” nonché il danno epistemico prodotto dalla mistificazione partecipativa che in larghe fasce del paese ha preso il posto della dialettica politica, ed è strumentalizzata da chi che ne approfitta per assumere potere.

LA FRONDA anti-speaker ha dimostrato la forza distruttiva del minority rule su cui è predicata la politica del nuova destra. I compromessi obbligati dai ribelli iper trumpisti avranno profonde implicazioni per la governance negli anni a venire. Attraverso i compromessi imposti alla leadership del partito, il manipolo degli ultra trumpisti avrà comunque conquistato il potere di manovrare l’agenda Gop, dato che il risicatissimo margine di maggioranza rende essenziali i loro voti per ogni iniziativa.

La capitolazione che hanno imposto al proprio stesso partito presagisce l’imposizione di una agenda estremista a tutto campo che facilmente si estenderà al boicottaggio delle prossime finanziarie con la probabile conseguente paralisi del governo prima della fine di quest’anno. Come il tentato golpe fu inevitabile conseguenza dell’estremismo di Trump presidente, la crisi parlamentare attraversata in questi giorni è stata logica conseguenza della sue eredità politica e morale. L’ultima volta che gli Usa avevano avuto simile difficoltà ad eleggere uno speaker era stato nel 1856, nei prodromi della guerra civile. Un simbolismo che pesa sull’attuale, irrisolto conflitto politico.

* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto



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