Ucraina. Le ragioni tedesche della riluttanza a inviare i Leopard

Ucraina. Le ragioni tedesche della riluttanza a inviare i Leopard

Scongiurare che la guerra difensiva di Kiev diventi, con complicità tedesca, guerra offensiva contro la Russia. Tema indifferente al cieco atlantismo degli alleati Verdi e liberali

 

C’è chi si diverte a sbeffeggiarlo paragonandolo a Fabio Quinto Massimo, detto il «temporeggiatore» (che comunque salvaguardò Roma, evitando lo scontro con il potente esercito di Annibale, durante la disgraziata seconda guerra punica).

Ma il cancelliere Olaf Scholz ha decisamente una visione più lucida dei suoi alleati di governo dell’arduo crinale sul quale si trova la Germania, tra pressioni politiche incrociate, difficoltà energetiche e incubi inflazionistici.

Non gli sfugge che la guerra di Putin contro l’Ucraina e quella, conseguente, dell’Occidente contro la Russia punta dritta contro Berlino che ne ha patito già non pochi danni. Ossia contro quel cuore d’Europa che per evidenti ragioni storiche e geografiche del rapporto, sia pur aspramente conflittuale, con il grande vicino dell’Est non può fare a meno. Questo è da sempre il nodo inaggirabile della politica tedesca e la preoccupazione prioritaria della socialdemocrazia e della sua Ostpolitik.

I GRÜNEN, PASSATI come un rullo compressore sulle profonde radici pacifiste del movimento, e poi anche sulla storica lotta contro i combustibili fossili, (il riarmo e la miniera di Lützerath sono due capitoli della stessa storia) hanno ormai fatto del «realismo politico» un costrutto ideologico fanaticamente votato alla vocazione governativa. Scholz e buona parte del suo partito, sembrano invece gli unici a porsi ancora il problema di come combattere l’imperialismo di Putin senza scatenare una guerra europea e forse globale tra l’Occidente e la Russia nella quale, per primi, avrebbero tutto da perdere.
In fondo lo stesso tema è all’ordine del giorno anche a Washington, dove però si gioca cinicamente con il coinvolgimento diretto della «prima linea» europea e con un immenso potenziale di deterrenza tenuto accuratamente sullo sfondo. Il logoramento dell’Europa è invece messo in conto oltreoceano, se non proprio direttamente perseguito come quello della Russia.

E qui il Cancelliere ha ragioni da vendere nel collegare la consegna dei suoi carri armati Leopard all’Ucraina ad un passo analogo da parte dell’amministrazione statunitense con i suoi tank Abrams – che ieri sera secondo il Wall Street Journal l’amministrazione Biden sarebbe alla fine forse «intenzionata ad inviarne in un significativo numero».

SI TRATTA DA PARTE di Scholz di una mossa soprattutto politica (perché la sua rilevanza militare è assai dubbia) e cioè del ragionevole rifiuto di esporsi e vedersi trascinati in una guerra per procura o comunque di doverne gestire, per conto d’altri e a proprie spese, le retrovie. Se gli americani vogliono l’escalation ci devono mettere la faccia e condividerne la responsabilità. Cosa che li indurrebbe a una maggiore prudenza automaticamente estendibile agli alleati.

Sulla questione dei Panzer Leopard ci sono ovviamente una lunga serie di ragioni tecniche che possono essere messe in campo per ritardarne la consegna, ma le resistenze tutte politiche del Cancelliere cercano in primo luogo di scongiurare il fatto che la guerra difensiva di Kiev si trasformi, con la diretta complicità tedesca, in una guerra offensiva contro la Russia, tema ormai del tutto indifferente al cieco atlantismo dei suoi alleati di governo verdi e liberali. Il conflitto, del resto, ha già assestato duri colpi (economici e politici) alla Germania, minando, forse definitivamente, l’influenza economica e diplomatica che Berlino si era conquistata dopo l’89 nei Paesi del dissolto patto di Varsavia.

LA VOLONTÀ DEL GOVERNO polacco di passare a Kiev i carri armati Leopard di cui era stato dotato il paese forzando la mano a Berlino, se non proprio infischiandosene del suo nulla osta, è una vivida illustrazione di questo processo di riduzione del peso della Germania nei paesi dell’Est. Da tempo le spinte nazionaliste nell’Europa orientale indeboliscono e ostacolano, tutt’altro che malviste dagli Stati uniti, la coesione europea in procinto, fra l’altro, di andare a cozzare anche contro una sorta di “Nato dell’Est”, carica di sentimenti bellicosi che l’aggressione russa all’Ucraina alimenta giorno dopo giorno.

LA PARZIALE sovrapposizione di Nato ed Unione europea, in assenza di una chiara messa a tema dei problemi che ne derivano, sta precipitando la Ue nel caos. Ne è un chiaro esempio il braccio di ferro tra la Turchia imperialista di Erdogan, la Svezia e la Finlandia, laddove Erdogan impone la priorità delle sue ambizioni interne e regionali sulle ragioni (sensate o pretestuose che siano) dell’Alleanza atlantica, alla quale i paesi scandinavi chiedono di aderire, opponendo il veto di Ankara.
Con effetti paradossali. Come a Stoccolma dove, se da un lato si manifesta per i diritti d’asilo dei perseguitati politici fuggiti dalla dittatura turca, dall’altro l’estrema destra (che peraltro sostiene il governo conservatore) sfrutta la situazione per inscenare campagne islamofobe e razziste. Per vie traverse e per vie dirette la guerra alimenta sentimenti nefasti e ha sempre lo stesso eterno protagonista: il nazionalismo.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto



Related Articles

Sarajevo 2014, in rivolta la generazione degli esclusi

 Scene di guerra urbana come non si vedevano dal tempo della guerra vera. Decine di feriti, carcasse di auto, edifici incendiati, scontri con la polizia.

Lo scandalo dei leader spiati A rischio il «patto» Usa-Ue

Merkel: inaccettabile. Schulz: stop ai negoziati sul libero scambio L’indig
nazione di Parigi: convocato l’ambasciatore Usa I servizi segreti americani avrebbero registrato in Francia 70,3 milioni di dati telefonici in soli 30 giorni, a cavallo tra il 2012 e il 2013. A rivelarlo, nei giorni scorsi, è stato il quotidiano Lunedì il ministero degli Le Monde. Esteri francese ha convocato l’ambasciatore Usa Rivkin per chiedere spiegazioni. Il premier Ayrault si è detto «profondamente scioccato»

La riforma della Bce non è più un tabù. Ma non sarà  come la Fed

Nella giornata di ieri tutte le aste di titoli di stato europei (Spagna e persino Grecia) sono andate bene, facendo prendere respiro agli spread dei vari paesi nei confronti dei bund tedeschi. Ma nelle stesse ore, sul Wall Street Journal, uno dei consiglieri della Bce – l’austriaco Ewald Nowotny – riapriva con un’intervista la discussione su una possibile riforma della Banca centrale. 

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment