Non solo Cospito, non solo 41bis. Il carcere e i giornalisti

by Sergio Segio * | 11 Maggio 2023 10:31

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Due reclusi nel carcere di Augusta sono morti in seguito a uno sciopero della fame. Il primo, siciliano, addirittura un mese fa. Il secondo, di nazionalità russa, nei giorni scorsi. Sono deceduti all’ospedale dopo il ricovero, evidentemente tardivo, e nel silenzio tombale.

Morti “in seguito alla scelta di operare lo sciopero da fame”, scrive il giornale locale che solo ieri ha dedicato qualche riga all’avvenimento (e molte di più al commento di un sindacato della polizia penitenziaria, che, al solito, profitta del tragico avvenimento per le proprie rivendicazioni e per lamentare le condizioni di lavoro, tacendo di quelle di detenzione). Dunque, i due sarebbero morti per scelta propria e non per omissioni delle autorità sanitarie e carcerarie locali e nazionali, per la totale mancanza di informazione da parte dei media e di iniziativa conoscitiva da parte di forze politiche e parlamentari (questa non totale, per la verità: nei giorni scorsi il senatore Verini del PD ha incontrato il capo dell’amministrazione penitenziaria per chiedere interventi urgenti “per aggressioni ai poliziotti penitenziari nelle carceri umbre”).

Il carcere è luogo altamente letale, se non proprio di guerra. Eppure, non esistono cronisti che ne documentino e investighino la quotidianità con autonomia di giudizio e di sguardo critico. Il giornalismo embedded, in realtà, è nato qui, non sui fronti dell’Iraq o dell’Afghanistan.

Del resto, quel tipo di giornalismo non desta più alcuna perplessità, né tanto meno scandalo: alla Federazione nazionale della Stampa italiana di Roma, l’8 maggio è stato presentato il diciannovesimo ciclo di formazione dedicato ai “Giornalisti embedded”, organizzato dallo Stato Maggiore della Difesa in collaborazione con la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Ordine dei giornalisti del Lazio.

Molti anni fa – negli anni Ottanta del secolo scorso – Nicolò Amato, purtroppo dimenticato presidente dell’Amministrazione penitenziaria (il ruolo di vertice allora si chiamava ancora così; fu uno dei suoi successori, Giancarlo Caselli, a mutarne significativamente la definizione in Capo, più o meno quando venne espunto dalla denominazione del ministero il termine Grazia, ad accompagnare la Giustizia. Il risultato si vede, non c’è che dire) istituì sale stampa nelle carceri per favorire la comunicazione interno-esterno e per stimolare l’attenzione e l’impegno dei media verso quel complicato universo volutamente opaco e costitutivamente separato. La meritevole iniziativa rimase frustrata e le sale desolatamente vuote.

In effetti, il mestiere dell’informazione stava già cambiando pelle e modalità, divenendo sempre più dipendente dai nuovi media e dalla velocità da essi richiesta, sempre meno capace di inchiesta e approfondimento, oltre che di indipendenza dalle fonti. Quelle relative al carcere, da tempo, sono pressoché esclusivamente i comunicati stampa dei sindacati penitenziari, a parte l’encomiabile lavoro delle associazioni attive in ambito penitenziario, che tuttavia non è strutturato come attività quotidiana di ufficio stampa. La rete territoriale dei Garanti delle persone detenute non ha sinora saputo o ritenuto prioritario organizzarsi anche come rete nazionale di informazione e anche i tentativi di coordinamento dei giornali del carcere – peraltro assai difformi quanto a qualità e a indipendenza – sono rimasti appunto tentativi.

Dunque, a parte i casi “Cospito”, del tutto eccezionali, di carcere generalmente si parla poco e male, e la pubblica opinione rimane viziata da disinformazione e pregiudizi.

È così che diventa possibile che passino del tutto in silenzio le morti di due persone in sciopero della fame e che la notizia trovi una minima diffusione nei media locali solo indirettamente, a seguito di un comunicato sindacale centrato non già sulla tragedia ma sulla richiesta “che venga modificato l’articolo 336 del codice penale, prevedendo un aggravante speciale, quindi un inasprimento della pena, per chiunque usa violenza o minaccia il Poliziotto Penitenziario”.

Richiesta che è facile pensare verrà esaudita. Mentre in carcere e di carcere si continuerà a morire. In silenzio, per non disturbare.

* Fonte: Sergio Segio, Vita.it

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