COP28. La lobby petrolifera a capo del Sunnit, le ONG si ribellano

COP28. La lobby petrolifera a capo del Sunnit, le ONG si ribellano

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Da dicembre la presidenza va a Sultan Ahmed Al-Jaber, ministro dell’industria e ceo della Oil company. Ne chiedono le dimissioni 2 mila organizzazioni e 130 parlamentari di vari Paesi

 

Più di 2mila Ong ambientaliste e 130 parlamentari di vari Paesi europei e del Congresso Usa hanno chiesto le dimissioni o almeno di «limitare l’influenza» del presidente della Cop28, Sultan Ahmed Al-Jaber, ministro dell’Industria degli Emirati e al tempo stesso Ceo di Abu Dhabi Oil Company, che nel prossimo dicembre guiderà la riunione destinata a trovare il modo per mettere fine alla dipendenza dalle energie fossili per lottare contro il cambiamento climatico, oltreché trovare i finanziamenti per un nuovo fondo di «perdite e danni» a favore dei Paesi più poveri e principali vittime del riscaldamento climatico in corso. Alla riunione “tecnica” che si tiene da ieri fino al 15 giugno a Bonn, con 200 Paesi presenti, per preparare il summit di dicembre a Dubai è attesa la controffensiva degli Emirati.

La strada è tutta in salita e la revisione al rialzo degli obiettivi ambientali, prevista per il 2025 dall’Accordo di Parigi del 2015, sembra fuori portata. Già alla Cop27, l’anno scorso in Egitto, era stato impossibile raggiungere un impegno globale per uscire dalle energie fossili. E adesso, con la presidenza degli Emirati, viene spinta piuttosto l’idea di diminuire le emissioni di gas a effetto serra attraverso la tecnologia (captazione di Co2, tecnologie di stoccaggio ecc.) invece di arrivare alla sostituzione con le rinnovabili.

Al centro delle discussioni c’è la questione dei finanziamenti. L’impegno dei Paesi sviluppati di versare 100 miliardi di dollari l’anno ai più poveri non è stato mantenuto finora: quest’anno, secondo i dati Ocse, i Paesi ricchi avrebbero destinato 83,3 miliardi, cifra fortemente contestata da Oxfam, che valuta i finanziamenti reali tra i 21 e i 24,5 miliardi. La Cop27 aveva approvato una destinazione verso «i paesi particolarmente vulnerabili». A Bonn dovranno essere trovate risposte: cosa dovrà essere finanziato, le catastrofi oppure i processi lenti di degrado? Chi dovrà pagare, i “ricchi” presenti in un vecchio elenco del 1992 oppure quelli di oggi, cioè anche la Cina che è passata di categoria? Chi saranno i beneficiari? A quanto dovrà ammontare il finanziamento, visto che si calcolano bisogni intorno ai 700 miliardi l’anno nel 2030 per i Paesi in via di sviluppo?

La situazione geopolitica, complicata dalla guerra in Ucraina e dalle conseguenze sull’approvvigionamento di petrolio e gas russi, sta rendendo la situazione molto tesa. Di finanziamenti si discuterà a Parigi, al vertice del 22-23 giugno voluto da Emmanuel Macron per un Nuovo Patto finanziario mondiale, che dovrebbe indicare una riforma del sistema finanziario internazionale (Fmi, Banca Mondiale) per favorire gli interventi a favore del clima, della salute e di lotta alla povertà. Torna in agenda il serpente di mare della tassa sulle transazioni finanziarie, ma alcuni propongono una tassazione sul trasporto marittimo e la ristrutturazione dei debiti dei Paesi vulnerabili.

Intanto, alla Wto la presidente Ngozi Okonjo-Iweala ha aperto di discussione sulla riforma del prezzo della tonnellata di carbonio, un mercato mondiale confuso, dove convivono una settantina di modi di calcolo. A Parigi nella sede Unesco si è appena concluso, senza grandi passi avanti, un vertice a cui hanno partecipato 175 Paesi per arrivare a un Trattato mondiale vincolante per mettere fine all’inquinamento dovuto alla plastica: 350 milioni di tonnellate l’anno sono disperse nell’ambiente e costituiscono una minaccia agli ecosistemi. Gli europei spingono per un accordo, ma gli Usa, primo consumatore, e la Cina, primo produttore, frenano.

* Fonte/autore: Anna Maria Merlo,  il manifesto

 

 

 

ph by Arctic Circle, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons



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